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Dopo il diluvio. Sommario dell'Italia contemporanea

Biblioteca Ursino Recupero Catania CT, Italia
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23 aprile 2014
Giornata Mondiale del Libro (UNESCO)

Biblioteche Riunite “Civica” e “A. Ursino Recupero”

Presentazione del libro:

Dopo il diluvio. Sommario dell'Italia contemporanea.
A cura di Salvatore Silvano Nigro (Sellerio Editore)

con:
- Antonio Di Grado
- Massimo Maugeri
- Salvatore Silvano Nigro

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(scheda libro)

Il ritratto del nostro Paese affidato a trenta scrittori italiani, fra gli altri: Moravia, Piovene, Carlo Levi, Soldati, Savinio, Ungaretti, Noventa, Palazzeschi, Emilio Cecchi, Zavattini, Bernari, Bigiaretti. Ognuno di loro venne incaricato di redigere una voce - città, chiesa, borghesia, teatro, musica, paesaggio, contadini etc. - e di svilupparla a suo piacimento dal punto di vista letterario. Ne venne fuori un autentico sommario, una testimonianza dell’Italia dell’immediato dopoguerra scritta ancora a caldo, sotto l’impressione dell’orrore del conflitto mondiale e la coscienza della ritrovata libertà.


Ci vollero due anni di preparazione perché questo «ragguaglio dell’Italia dopo i disastri della guerra» potesse arrivare in libreria nel mese di giugno del 1947. L’opera è un atlante politico, un censimento e un compendio di problemi e questioni, un «ritratto dell’Italia»: una ricomposizione enciclopedica della Nazione; uno specchio di fronte al quale il paese venne messo per prendere coscienza delle rovine e darsi un nuovo «peso specifico morale e mentale», come aveva esortato a fare Alberto Savinio in quel trattatello politico del 1945, Sorte dell’Europa, che è l’antecedente e il presupposto di Dopo il diluvio. L’organizzatore dell’impresa, Dino Terra, raccolse attorno a sé una libera «Società di letterati»: trenta collaboratori, «dilettanti» per elezione (alla Savinio), tutti in grado di far aderire la letteratura alla vita con «libertà mentale» e con «leggerezza» saggistico-narrativa; fra essi Moravia, Piovene, Carlo Levi, Soldati, Savinio, Ungaretti, Noventa, Palazzeschi, Emilio Cecchi, Zavattini, Bernari, Bigiaretti. Dopo una «diseducazione ventennale», e le violenze della guerra, i contributi affrontavano, con lucidità politica, per lo più, e chiaroveggenza, questioni che sono fondamentali in un paese civile: il paesaggio come bene culturale, da salvaguardare insieme a tutte le risorse artistiche; la politicità dell’urbanistica e dei piani regolatori, che sono «insieme un’opera di critica storica, di previsione politica, di creazione sociale e di critica artistica»; la libertà della stampa e la responsabilità della comunicazione; i rapporti tra le classi sociali, tra artigianato e industria, tra campagna e città, tra Stato e Chiesa, tra autonomie regionali e centralizzazione; e poi i partiti politici, la letteratura e i letterati, la musica, gli spettacoli, lo sport. Si era «dopo il diluvio». Ma Noventa continuava a chiedersi se l’Italia fosse davvero uscita dal cataclisma, o se non si trattasse piuttosto di un «istante di calma» prima di altri «diluvi»: di nuove «preghiere» e di nuove «bestemmie».
Questa nuova edizione di Dopo il diluvio comprende, in appendice, una recensione scritta a caldo da Raffaello Ramat nel 1947, e un saggio di Guido Crainz. S. S. N.

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(Recensione)

L'Italia dopo il diluvio Una radiografia del Paese fatta da 31 letterati nel 1947: ma sembra scritta oggi

http://archiviostorico.corriere.it/2014/aprile/01/Citta_etica_borghesia_Italia_dopo_co_0_20140401_a2333cca-b961-11e3-a075-e91cd5a19b97.shtml


Un «sommario dell'Italia contemporanea», intitolato Dopo il diluvio e pubblicato nel 1947 da Garzanti, viene riproposto ora da Sellerio, a cura di Salvatore Silvano Nigro, che ne ricostruisce la travagliata vicenda editoriale. Il libro raccoglie ben 31 voci scritte da altrettanti letterati, da Palazzeschi a Savinio, passando per nomi oggi pressoché dimenticati. Il proposito era, secondo il suo curatore originario Dino Terra, quello di disegnare «i tratti, la fisionomia, le qualità di una nazione smarrita» dopo il diluvio fascista: un documento radiografico del Paese all?indomani della guerra. C?è di tutto: la città, il mare, lo Stato, il linguaggio, i partiti, le autonomie regionali, gli operai, il teatro... Non sempre l?obiettivo è centrato. Alcuni argomenti vengono presi sottogamba e trattati in modo troppo vago e astratto, non all?altezza del compito assegnato (Soldati sulla libertà, Bontempelli sulla musica, Zavattini sul cinema...). Quel che colpisce è che molte delle lacune che si avvertivano allora sono rimaste tali quasi settant?anni dopo. E quanti auspici si potrebbero sottoscrivere con la stessa convinzione. Vedi, per esempio, alla voce «Città», autore Carlo Levi: «Un piano regolatore è insieme un?opera di critica storica, di previsione politica, di creazione sociale e di critica artistica. Partendo dai bisogni attuali e regolandoli, si pone un?ipoteca sull?avvenire». L?avvenire delle città «regolate» deve ancora realizzarsi. O vedi alla voce «Regioni», dove il vecchio saggista e narratore Bonaventura Tecchi (che era stato compagno di prigionia di Gadda nella Grande Guerra) si poneva domande su cui ancora ci interroghiamo: «Quali rapporti delle regioni con lo Stato centrale...?». Arrivando poi a ipotizzare che le Province si trasformassero in un «consorzio provinciale dei Comuni», senza nascondere il timore eterno di «una nuova rete di uffici e di burocrati, di permessi e di divieti». Ma il più lucido è Alberto Moravia, che ebbe il compito di compilare la voce «Borghesia» e ne fece una diagnosi impietosa, definendola «al tempo stesso superficiale e tetra», così come superficiale e tetro era stato il costume morale del Ventennio. Diversamente da quel che era in altri Paesi e da ciò che fu in Italia dal Trecento fin verso il Settecento (il Decameron «è il libro fondamentale per comprendere questa borghesia»), la borghesia attuale aveva, per Moravia, «una rozza e volgare maniera di intendere il fatto etico», una «edonistica e vegetativa indifferenza» per la società. In Italia, diceva Moravia, «le professioni prevalgono sulla società», cioè l?interesse privato sul senso della collettività. Per questo, secondo lui, la borghesia aveva davanti due vie per il futuro: l?una era la via della libertà, «libertà dal proprio interesse» che si ottiene con una «paziente educazione politica»; l?altra era il ritorno al fascismo (intendendosi per fascismo non necessariamente dittatura o parate in camicia nera). Insomma, nonostante gli anni trascorsi, sembra che il diluvio sia appena finito. ©

Paolo Stefano

http://archiviostorico.corriere.it/2014/aprile/01/Citta_etica_borghesia_Italia_dopo_co_0_20140401_a2333cca-b961-11e3-a075-e91cd5a19b97.shtml

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il 23 aprile 2014

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