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TRENOFERMO A-KATZELMACHER 19 APRILE TEATRO DEL LIDO DI OSTIA

Teatro Del Lido Di Ostia Via delle Sirene 22, Roma, Italia
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nO (Dance first. Think later)
Trenofermo A-Katzelmacher
CREDITS
Ideazione: Dario Aita e Elena Gigliotti
Partitura fisica : Elena Gigliotti Interpreti: Dario Aita, Emmanuele Aita, Lucio De Francesco, Maximilian Dirr, Flavio Furno, Melania Genna, Elena Gigliotti, Monica Palomby, Giovanni Serratore, Daniela Vitale.
costumi Giovanna Stinga
disegno luci Giovanna Bellini
ingresso 5 euro

Venti occhi. 10 teste. Si riconoscono sul loro sempr’eterno, sempr’arrugginito marciapiede. Sotto casa. Non hanno una città, la vivono. In modo parassitario, ma non lo sanno. E per l’esattezza, questo ammasso di case in cui sono nati, si estende orrendo da Adelfia Capurso Casarano Manduria Torre Paese Rione Terra Afragola Filadelfia Sant’Elia Cetraro Verbicaro Maida San Vito sullo Jonio Santa Flavia San Cipirello Castellana Sicula Petralia Soprana Roccamena Partanna Campobello di Mazara eccetera eccetera a: nuova destinazione.
Purchè: Si balli.
9 ragazzi, in una città indefinita con stazione e binari annessi, incontrano un marocchino. E nel rondò di sfottimenti, violenza, e tradimenti, si muovono questi avanzi di città, partoriti a muscoli, calcio, karaoke, sangue, e katzelmacher. La trama è facilissima nei fatti, incomprensibile nei motivi che la mandano avanti (e indietro). Storia di motorini, amori, ragazze madri, legnate, bastunate, sogni. Sogni facili. Nelle camerette con poster di neomelodici. Il sud. Il sud che è niente. Che siamo noi. Venti occhi. 10 teste. Attraverso gli occhi di uno straniero. Occhi sporchi di terra straniera. Che hanno paura e fanno paura. Che aspettano ‘o sule e trovano u sangu. E l’amuri. Un amuri diverso come lui. L’amuri che ci rende uguali.

nO
Il gruppo è originariamente formato da giovani attori diplomati presso la Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova. Dalla frequentazione e dall’esperienza condivisa negli anni di studio è maturato il desiderio di continuare ad incontrarsi e ad incontrare altri artisti per lavorare creativamente sul linguaggio performativo e sulle pratiche del corpo e della parola anche come occasione di ricerca e crescita personale. Dal 2010, con la regia di Claudia Monti, nO porta in scena: Ballata della Necessità e Non vedo l’ora!. CIAULAtotheMOON, con la regia di Elena Gigliotti, è vincitore alle selezioni del Napoli Fringe Festival 2013, poco dopo inizia a muoversi trenofermo a-Katzelmacher che vince la segnalazione speciale del premio scenario 2013.

premio Scenario
“Fermo a Katzelmacher, in un sud che è magma di province e dialetti, c’è un treno che non parte, metafora di un’attesa consumata fra indolenza, sogni a buon mercato, kitsch di canzoni neomelodiche, vitalità bloccata in un eterno ralenti. La compagnia nO (Dance first. Think later) sceglie la sfida di un lavoro collettivo per portare in scena una pluralità disordinata di voci, attitudini, fisicità eccessive e debordanti che sono specchio di spaccati sociali osservati con attenzione. Una tensione sempre pronta ad esplodere si catalizza nell’arrivo dello straniero e si blocca su un motorino che non parte, prima di ogni corsa possibile”. (motivazione della segnalazione Premio Scenario 2013).

rassegna stampa
Le tende scacciamosche di plastica colorata, l’ombrellone da spiaggia, il frigo dei gelati Sammontana, il bigliardino a cui è vietato “rollare”, la lattina di Coca-Cola che fa da pallone improvvisato. Siamo di fronte a una bottega di paese che vende gelati, sigarette e giocattoli, incastrata tra l’ammasso di lamiere deformate da stratificazioni di manifesti elettorali e locandine kitsch del circo, sempre fresche. Che si sa, il circo è l’unica forma d’arte che attecchisce nelle terre più sperdute del profondo Sud.Quale Sud, per l’esattezza, non è importante.“Me l’ho dimenticato dove siamo”, dice Pasqualino Vitasnella, in un rigurgito di esistenzialismo naif. “O’bbar”, risponde un altro. Un luogo vale l’altro in questa specie di Sud imprecisato e addensato, in questa striscia di terra che collega Napoli alla Sicilia nello spazio di una piazzetta. Un luogo senza nome, attraversato periodicamente da un treno che annuncia le non-fermate che effettuerà, dove nove giovani vivono sospesi, come drogati, anestetizzati, letteralmente atrofizzati. Senza neppure aspettare Godot. Anime in pena senza passato, che non si capisce da dove provengano e dove siano dirette, senza una storia da raccontare né un obiettivo da raggiungere. Appagate in un giro di relazioni da manuale di soap opera da tv locale. Nel cast le due amiche del cuore, la ragazza velina del gullo di paese, il fratello maggiore iperprotettivo con la sorella imbranata, e la fidanzata perduta per cui si spasima che, se siamo a Napoli, si chiama necessariamente Annamaria. Vite informi e scontornate capaci, però, di farsi ammasso compatto per respingere con forza l’arrivo di uno straniero imprecisato che parla francese eppure non si capisce se sia rumeno marocchino o ucraino, o forse ebro turco, perché tanto nell’immaginario di chi non ha immaginazione le cose si assomigliano un po’ tutte e i dettagli sfumano e si perdono. La trama si sviluppa sui temi un po’ triti dell’amore omosessuale, della cacciata dello straniero, del rifiuto delle diversità, attraverso l’alternanza di momenti improntati al realismo ad altri di stampo più grottesco o simbolico. Nel complesso la drammaturgia è sfrangiata in molti fili che restano sciolti senza consentire una perfetta quadratura del cerchio alla fine. Lo stesso personaggio di Katzelmacher potrebbe essere eliminato senza troppi danni collaterali.ma poco importa.Il valore reale dello spettacolo è nello sfondo, è nella capacità di raccontare un certo Sud degli anni ’90, quello di una tipologia molto particolare di ventenni di oggi. Non più il Sud contadino, quello che si arroccava, e in un certo senso si giustificava, nell’impasto di tradizioni, religione e buon raccolto. Non il Sud degli artigiani, dei creativi, di chi sa giocare al gioco dell’arrangiarsi con fantasia. Non il Sud delle mozzarelle, dell’olio d’oliva e dei bambini che giocano per strada.Questo è il sud dei paesi di provincia ridotti a dormitorio, quelli che hanno allevato una generazione cresciuta nell’ignoranza ma con la televisione commerciale e il computer. A forza di Mac Donald e reality show. Tra un programma di Maria de Filippi su Canale 5 e il videoclip del neomelodico di turno sul canale locale. Una fetta di gioventù ancora diversa da quella votata agli Dèi Spritz e Iphone. Completamente tagliata fuori dalle vecchie logiche rurali ma emarginata anche dagli sviluppi (o le degenerazioni) capitalistici e dagli esiti della globalizzazione. Un popolo invisibile di giovani parcheggiati nelle squallide piazzette di paese, da mattino a sera, che aspettano la festa patronale per svagarsi ai luna park improvvisati, sempre gli stessi, da vent’anni, col tappeto volante, l’autoscontro e il calcinculo. Che passano le vacanze all’acquapark vicino casa.Che vanno ai matrimoni con i vestiti di taffettà, per mangiare a sbafo e togliersi le scarpe per i balli di gruppo.La fotografia fornita dalla compagnia è perfetta; a guardarli bene i costumi non sono neanche costumi: sono vestiti fuori moda che abbiamo comprato dieci anni fa. Cinturoni rosa con le borchie, scarpe da ginnastica alte alla caviglia, vestiti di stoffa luccicante, pioggia di strass di plastica e cineseria varia.Tra canzoni neomelodiche di Maria Nazionale, Gianni Celeste e Ciro Ricci, in una babele di dialetti anch’essi impoveriti, imbastarditi da linguaggio televisivo e grammatica italiana acquisita male, lo spettacolo è una rete fittissima di rimandi e citazioni intelligenti ai dettagli più trash delle realtà provinciali chiamate in causa. Rossella Menna per rumor(s)

Veniteci a trovare
il 19 aprile 2014

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