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SPOON RIVER

SCANTINATO Via San Domenico, 51, Firenze, Italia
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ven. 9 - sab. 10 -ven.16 - sab. 17
SPOON RIVER
di Edgar Lee Masters
regia: Sandra Balsimelli
assistente alla regia: Michele Barni


Ci vuole vita per amare la Vita! (Lucinda Matlock in Spoon River)
Un cimitero, due musicisti spiantati, col sangue blues nelle vene, 6 ombre evocate dalla musica escono dalle lapidi e prendono vita animati dall'urgenza di narrare, portandoci nelle pieghe più intime della vita di una comunità, graffiata dalle infinite contraddizioni dell'esistenza umana, amore, dolore, rabbia, meschinità e grandezza, profondo bisogno di riscatto.

Ingresso dalle 20.45 INIZIO spettacolo 21.15
Quota di partecipazione: 14 euro
Prenotazioni: dal 28 Aprile allo 055.573857
(lun.-ven 16.30-19-30)

NB: Ingresso riservato ai soci de " il Genio della Lampada". Associazione Gratuita sul sito www.ilgeniodellalampada.it o telefonando allo 055.573857

La trama
Il poeta immagina che le lapidi di un cimitero di un paese americano di primo '900 diventino una sorta di porta sull’al di là, dal quale i personaggi narrano la loro versione dei fatti, il loro punto di vista sul senso ultimo della loro vita. Alcuni raccontano come sono morti, altri come sono vissuti, altri ancora descrivono tutta la vita come un’enorme occasione mancata, o approfittano per gridare la loro protesta o la loro ribellione contro fatti, persone, vicende, da cui si sono sentiti traditi, scippati dei propri sogni e ambizioni; tutti si rivolgono al passante che immaginano camminare tra le tombe, come per affidargli una sorta di ideale testimone, impegnandolo a conservare la memoria, a difendere, riabilitare, comprendere. I toni usati dal poeta sono spesso dolenti, pessimisti, accusatori nei confronti di un’umanità meschina, spesso incapace di comprendere in tempo il senso della vita, prima che sia troppo tardi, prima di averla sprecata, correndo dietro a miraggi quotidiani destinati a sparire all’improvviso. Il dito è puntato anche contro la società che, allora, come oggi, incatena l’anelito alla libertà in schemi morali freddi e ipocriti, pregiudizi, maschere dietro le quali annichilire l’impulso autentico della vita. Ne emergono figure indimenticabili e incredibilmente attuali, nonostante siano così fortemente connotati storicamente, come dimostra il successo dell'indimenticabile interpretazione musicale che ne dette Fabrizio De André, in Non all'amore, né al denaro, né al cielo.


Il progetto teatrale
L’idea di questo spettacolo nasce da una scoperta casuale, un’associazione di idee involontaria, durante una serata di festa e musica tra amici. Esistono infinite varianti a quel miracolo che chiamiamo musica, ogni stile, ogni genere, ogni strumento ha la capacità di muovere le corde dell’animo umano nelle maniere più incredibili.
Il Blues americano, dalle sue origini fino a oggi, riesce a farlo raccontando storie, quotidiane, popolari, spesso tragiche come tragico e crudele sa, a volte, apparire l’esistere umano, dove vita e morte s’intrecciano oltre la nostra capacità di comprenderne i confini. Nata dal canto clandestino degli schiavi africani delle piantagioni americane, come atto di resistenza interiore all’orrore e alla separazione, il blues esprime, più di altre musiche, l’urgenza irrefrenabile degli uomini di affrontare il caos narrandolo, irridendo alla sorte con la forza della memoria e dell’ironia che nasce dall’osservare l’intreccio contraddittorio delle vicende della vita.
La raccolta di poesie Spoon river di Edgar Lee Master sembra sposarsi perfettamente con questo spirito, per la forza vitale dei personaggi che evoca, per il loro grido estremo che affida al racconto di sé il compito si salvare la propria storia dall’oblio del tempo.


La regia
Lo spettacolo dura un’ora e mezzo, e raccoglie una trentina di poesie, intrecciate a una decina di pezzi della tradizione blues suonati e cantati dal vivo.

Si presenta come una storia unica, in cui le voci dei vari personaggi, si alternano al canto e alla musica delle ballate blues delle origini, interpretate dal vivo dalla chitarra di Federico Romei e dalla voce di Marco Bruni, anche loro dentro la scena, in costante relazione con gli attori, ai quali tessono un tessuto sonoro costante, armonizzandosi alle loro emozioni e immagini interiori. Insieme ai musicisti abbiamo fatto un lavoro di ricerca curato da Federico Romei, appassionato cultore del blues, per trovare e sottolineare tutte le sfumature dei testi e degli arrangiamenti tradizionali che potessero interpretare fedelmente lo spirito della raccolta e abbiamo sperimentato le possibilità di interazione tra la parola recitata e quella cantata. Ne è nata una Spoon river cangiante, dentro la quale gli attori, tutti in scena per tutto il tempo, interpretano le voci della comunità, trasformandosi nei vari personaggi, dando vita a scene e storie di vita quotidiana, diventando un tutt’uno con la musica e accompagnando lo spettatore in un viaggio nel tempo commovente e divertente al tempo stesso.


La nostra lettura del testo
Forse l’intento dell’autore di Spoon river era gettare un’ombra accorata sul destino umano, o denunciare l’ipocrisia dei suoi tempi, usando la morte come metafora e occasione preziosa per dare risonanza alle contraddizioni della vita.
Eppure… ecco, a noi è sembrato che la Vita, irriverente, potente, regina e sensuale, gli sia scappata dalle redini, infiltrandosi oltre il suo volere tra le righe delle poesie e dando vita a personaggi così vibranti, carnali, urgenti da farci dimenticare completamente il cimitero da cui parlano e da renderli nostri compagni di viaggio e d’intuizione. Proprio come in un canto blues, rabbia, dolore, lutto, disperazione, si uniscono, in maniera incomprensibile per noi europei, a note e ritmi ironici graffianti e vitali, senza lacrime: così leggendo la Vita raccontata dai morti di Spoon river, ci si innamora di essa, nella sua brutale incoerenza, proprio perché sporca di umanità, di contraddizioni, di note incoerenti eppure armoniche e irresistibili.
Abbiamo scelto, quindi, di raccontare la Spoon river dei vivi, come se le ombre la richiamassero alla luce, sulle onde della musica struggente e graffiante del blues delle origini, suonato e cantato dal vivo per danzarla un’ultima volta. Irresistibile la percezione che vorremmo condividere col pubblico e che, a noi, non si è più scollata di dosso: i morti di Spoon river, con il loro umano carico di sbagli compiuti, si salvano narrandosi, senza veli, senza più niente da nascondere, quando tutto è compiuto; ci tirano per giacca finché non li ascolteremo, perché alla loro vicenda manca solo un ultimo accordo, l’essere ripercorsa tutta fino in fondo, senza sconti, sposata nelle pieghe più dolorosa e poi, finalmente, lasciata andare perché si dissolva al vento e la Vita inizi di nuovo, altrove.

Veniteci a trovare
dal 9 al 17 maggio 2014

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