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OMAGGIO A MARIO BAVA

Cinema Multisala Massimo Viale Lo Re, 3, Lecce LE, Italia
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Multisala Massimo, Sala 2 - ore 18.00

Proiezione del film MARIO BAVA: OPERAZIONE PAURA di Gabriele Acerbo e Roberto Pisoni.

A seguire INCONTRO con interventi di:
Elena Bava
Gabriele Acerbo
Steve Della Casa
Davide Di Giorgio
Marco Giusti
Fulvio Lucisano

modera Massimo Causo.


100 anni dalla nascita e quasi 35 dalla sua scomparsa iscrivono Mario Bava nel periodo più fecondo del cinema italiano, quello che va all’incirca dagli anni Cinquanta ai Settanta, di cui il regista sanremese fu protagonista eppure estraneo: la sua figura si accompagna infatti a quella dei grandi nomi della cinematografia tricolore, da Roberto Rossellini, Mario Monicelli e Steno (per cui fu operatore e direttore della fotografia), ai vari Federico Fellini o Dario Argento, fino ai colleghi americani, Ridley Scott, Tim Burton, Martin Scorsese e i tanti che dalle sue opere registiche hanno ripreso più di qualche intuizione formale. Pur con simili caratteristiche di caposcuola, però, il suo resta un cinema tutto sommato sepolto e considerato solo in riferimento a se stesso: che di per sé non è un male, se è vero che Bava perseguiva un percorso assolutamente personale anche all’interno dei generi popolari dove pure operava. È sufficiente osservare anche solo una sequenza dei suoi film per rendersi conto di uno sguardo davvero originale e pregnante nella capacità di mettere in scena autentici universi figurativi, anche staccati dalla storia che di volta in volta viene narrata (spesso con poco interesse e convinzione). La formazione pittorica e l’amore per il disegno ci consegnano infatti un regista capace di elevare lo stile a contenuto, tracciando geometrie e spazi in continua ridefinizione, all’interno di un percorso che sempre più tende all’astrattismo: dalla compattezza de La maschera del demonio (folgorante esordio del 1960), via via sino alla girandola vorticosa di omicidi che compongono il più tardo Reazione a catena (del 1971), Bava inventa mondi in cui far letteralmente sparire i suoi personaggi, imprigionati in griglie visive fatte di ombre, forme che si rigenerano in modo sempre nuovo, dove persino le “sgrammaticature” portate dall’uso eccessivo di zoom e fuori fuoco assumono un valore espressivo particolare nel dare forma a uno spazio magmatico, cangiante, eppure sempre incredibilmente fisico. La predilezione per il corpo, visto come icona attorno alla quale far ruotare l’arazzo visivo delle sue innumerevoli invenzioni, è l’altra grande novità, in anticipo rispetto alle poetiche dell’horror anni Ottanta: un corpo spesso vilipeso (si pensi alle crudeli morti delle modelle in Sei donne per l’assassino), spossessato del proprio sé (in Terrore nello spazio), ma che pure ancora freme del desiderio di essere carne (il morboso La frusta e il corpo), pur non potendo che confondersi con l’inane e bellissima immobilità dei manichini (il poco visto Lisa e il Diavolo). È per questo che il suo ci appare anche come un cinema capace di riflettere un malinconico ideale di bellezza, di caducità da afferrare ed elevare a potenza: certo, c’è grande divertimento nella messinscena di queste cadute (si pensi al finale-sberleffo de I tre volti della paura che smaschera la finzione del set), tanto che qualcuno ha mosso altrove paragoni con la minestra Campbell di Andy Warhol, dove la forma si fa contenuto ma anche critica, in una dialettica di complicità e presa di distanza dall’oggetto narrato. Raffinatezza e banalità sono in effetti le due facce del cinema baviano, colto eppure popolare, carico di un sincero affetto verso i mondi che tende a costruire, sebbene poi anche molto duro e spietato nei confronti dei personaggi (dichiaratamente poco amati) e senza la voglia innata di accondiscendere particolarmente alle aspettative dello spettatore (che magari si troverà a cercare di far quadrare i conti in storie pensate per non collimare nei dettagli). È uno dei motivi per cui il suo cinema appare così moderno pur nella classicità degli schemi, e riesce a fluire in modo estremamente generoso e spontaneo tra i linguaggi: la fantascienza di Terrore nello spazio ha già il sapore dell’horror, mentre il gotico di Operazione paura affonda a piene mani nel puro surrealismo, attraverso cui esprimere il “reale funzionamento del pensiero”. L’occasione di strappare dall’oblio, dai ricordi o dalle sporadiche visioni casalinghe i suoi lavori per riconsegnarli al grande schermo è dunque l’atto di più generosa stima che possiamo tributargli.

Davide Di Giorgio

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MARIO BAVA: OPERAZIONE PAURA


Italia – 2004 – 35mm – colore & b/n, – 53’

Regia: Gabriele Acerbo, Roberto Pisoni
Sceneggiatura: Gabriele Acerbo, Roberto Pisoni
Fotografia: Luca Brovelli
Montaggio: Carlotta Giorgi, Davide Sanson
Interpreti: Lamberto Bava, Roy Bava, Dario Argento, Quentin Tarantino, John Landis, Joe Dante, Mario Monicelli
Produttori: Emanuela Zigiotto
Produzione: Sky Cinema

SINOSSI
Il documentario ripercorre la carriera del grande maestro e pioniere del genere horror attraverso materiali d’archivio, i ricordi dei familiari (il figlio Lamberto e il nipote Roy), le testimonianze esclusive di autori stranieri che hanno amato e più volte citato i suoi film (Roger Corman, Roman Coppola, Quentin Tarantino), dei suoi attori (John Phillip Law, Barbara Steele, Elke Sommer), dei tecnici, registi, produttori e sceneggiatori che hanno lavorato con lui (Carlo Rambaldi, Alberto Bevilacqua, Dario Argento, Mario Monicelli, Massimo De Rita, Alfredo Leone) e di storici del cinema (Tim Lucas, Callisto Cosulich).

NOTA CRITICA
“Finalmente un documentario sul cinema ben fatto, competente, appassionato, (…) indispensabile per affrontare un discorso critico su Mario Bava (…). Un documentario in cui alcuni grandi registi americani, da Joe Dante a Quentin Tarantino, da Roger Corman a Tim Burton, da John Landis a Martin Scorsese, non solo riconoscono il magistero di Bava ma discutono di tecnica cinematografica, di soluzioni linguistiche, di zoom, di effetti speciali, di bottega rinascimentale. (…) La parte più sorprendente del filmato è proprio questa: dimostrare quanto Bava fosse bravo a usare la macchina da presa, a creare effetti con quattro soldi, a ricavare il massimo da ogni singola inquadratura. Un eroe del cinema, secondo Tarantino”. (Aldo Grasso, Il Corriere della Sera, 22 aprile 2004)

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il 2 maggio 2014

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