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CESARE DEVE MORIRE

La Festa Dei Folli Via Principe di Napoli 89, Nola NA, Italia
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"da quando ho conosciuto l’arte questa cella è diventata una prigione”


Cesare deve morire

Un film di Paolo Taviani, Vittorio Taviani.

Con Cosimo Rega, Salvatore Striano, Giovanni Arcuri, Antonio Frasca, Juan Dario Bonetti, Vincenzo Gallo, Rosario Majorana, Francesco De Masi, Gennaro Solito, Vittorio Parrella, Pasquale Crapetti, Francesco Carusone, Fabio Rizzuto, Fbio Cavalli, Maurilio Giaffreda

Docu-fiction, - Italia 2012. – Sacher


Teatro del carcere di Rebibbia.

La rappresentazione di Giulio Cesare di Shakespeare ha fine fra gli applausi.

Le luci si abbassano sugli attori tornati carcerati.
Vengono scortati e chiusi nelle loro celle.

Sei mesi prima il direttore del carcere e il regista teatrale interno spiegano ai detenuti il nuovo progetto: Giulio Cesare.

Prima tappa: i provini.

Seconda tappa l’incontro col testo. Il linguaggio universale di Shakespeare aiuta i detenuti-attori a immedesimarsi nei personaggi.

Il percorso è lungo: ansie, speranze, gioco. Sono i sentimenti che li accompagnano nelle loro notti in cella, dopo un giorno di prove.

Ma chi è Giovanni che interpreta Cesare?

Chi è Salvatore - Bruto? Per quale colpa sono stati condannati? Il film non lo nasconde.

Lo stupore e l’orgoglio per l’opera non sempre li liberano dall'esasperazione carceraria. Arrivano a scontrarsi l’uno con l’altro, mettendo in pericolo lo spettacolo.

Arriva il desiderato e temuto giorno della prima. Il pubblico è numeroso e eterogeneo: detenuti, studenti, attori, registi.

Giulio Cesare torna a vivere, ma questa volta sul palcoscenico di un carcere.

È un successo. I detenuti tornano nelle celle.
Anche “Cassio”, uno dei protagonisti, uno dei più bravi.

Sono molti anni che è entrato in carcere, ma stanotte la cella gli appare diversa, ostile. Resta immobile. Poi si volta, cerca l’occhio della macchina da presa.
Ci dice: “ da quando ho conosciuto l’arte questa cella è diventata una prigione”.

I fratelli Taviani erano certamente consapevoli delle numerose testimonianze, in gran parte documentaristiche, che anche in Italia hanno mostrato a chi non ha mai messo piede in un carcere come il teatro rappresenti un strumento principe per il percorso di reinserimento del detenuto.

I Taviani scelgono la strada del work in progress utilizzando coraggiosamente l’ormai antinaturalistico (e televisivamente poco gradito) bianco e nero.

L’originalità della loro ricerca sta nella cifra quasi pirandelliana con la quale cercano la verità nella finzione.

Questi uomini che mettono la loro faccia e anche la loro fedina penale (sovrascritta sullo schermo) in pubblico si ritrovano, inizialmente in modo inconsapevole, a cercare e infine a trovare se stessi nelle parole del bardo divenute loro più vicine grazie all’uso dell’espressione dialettale.

Ogni detenuto ‘sente’ e dice le battute come se sgorgassero dal suo intimo così che (ad esempio) Giovanni Arcuri è se stesso e Cesare al contempo e la presenza del regista Cavalli e dell’ex detenuto e ora attore Striano nel ruolo di Bruto non stonano nel contesto.

Veniteci a trovare
il 8 maggio 2014

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