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ROSA CENERE: 19 illustrazioni per non dimenticare i triangoli rosa

C.C.S. Borderline Via Rockfeller 16/c , Sassari SS, Italia
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Rosa era il triangolo che veniva cucito sulle divise dei deportati omosessuali nei lager nazisti. Dopo la rivolta di Stonewall del 1969, il triangolo rosa divenne il simbolo della lotta di liberazione omosessuale, lotta nata anche sul dolore e sul silenzio delle vittime di una persecuzione a lungo taciuta e nascosta.
Venerdì 9 Maggio, al CCS Borderline, le parole di alcuni internati omosessuali, fra i pochi ad essere sopravvissuti, interpretate da Daniele Coni, Luca Dettori e Maria Rosaria D'Andrea introdurranno la visione di 19 lavori incentrati sulle loro storie. MOS e Colletivu S'Ata Areste presentano il progetto nato dalla collaborazione di Peopall - gruppo di volontari del Cassero di Bologna - e del Centro di Documentazione del Cassero, e dal coinvolgimento di 19 illustratori vicini alle istanze LGBT che hanno aderito con entusiasmo alla proposta di raccontare, mediante la loro arte, le esperienze di 11 vittime, gay e lesbiche, delle deportazioni naziste, utilizzando come punto di partenza il triangolo rosa e accompagnandolo ai toni del bianco e del nero.

Rosa cenere nasce dall’urgenza di raccontare la memoria che, durante gli anni, ha rischiato di perdersi nelle pieghe di un silenzio imposto dalla vergogna nel mostrare le cicatrici che l’orrore nazi-fascista aveva impresso sui corpi dei deportati omosessuali.

Raccontarla mediante l’arte è parso il modo migliore per fornire un punto d’accesso diverso e non banale, con l’intento di stimolare la riflessione e la curiosità. Dai volontari di Peopall è stata istintivamente cercata la collaborazione del Centro di Documentazione del Cassero, luogo fondamentale di alimentazione della memoria della comunità LGBT, da cui hanno ricevuto sostegno ed entusiasmo. Lo stesso entusiasmo con il quale hanno accettato di collaborare i diciannove artisti, coordinati da Jacopo Camagni, che generosamente hanno messo a disposizione il loro tempo e i loro talenti.

L’obiettivo della mostra, fin dall’inizio, è stato quello di non distaccarsi dalla veridicità delle esperienze vissute dalle vittime, e le testimonianze, dirette e indirette, sono state il punto di partenza dell’intero progetto. Tra le undici storie vere illustrate alcune sono già note, come quelle di Heinz Heger e Pierre Seel che con le loro pubblicazioni hanno aperto la strada alle prime ricerche sugli omosessuali deportati, altre invece sono state recuperate negli archivi online, come quella di Henny Schermann, una delle poche donne deportate anche perché lesbica.

Graficamente il progetto ruota intorno al triangolo rosa, il marchio distintivo degli internati omosessuali, ed è stato chiesto ai disegnatori di lavorare su questo simbolo per elaborare la loro personale lettura dell’omocausto, virando il tutto sui toni del bianco e del nero.
La scelta degli artisti è caduta, da un lato, su nomi già affermati, e dall’altro su nomi che stanno iniziando a farsi conoscere, con l’intento di fornire visibilità alle diverse realtà creative della comunità LGBT.
Ognuno di loro ha scelto una biografia e da essa ha preso spunto: Kurt von Ruffin ha ispirato i lavori di Marco B. Bucci e Damiano Clemente; Heinz Dörmer è stata la scelta di Jacopo Camagni e Michele Soma; Flavia Biondi (Nethanielle) e Davide Mantovani sono partiti dalla storia di Pierre Seel; Annette Eick è la protagonista del lavoro di coppia di Vinnie Palombino e Isabel Pilo; Massimo Basili e Sebastian Dell’Aria sono partiti dalle testimonianze di Heinz Heger; a rielaborare la vicenda di Henny Schermann sono stati Giopota e Mabel Morri; Giulio Macaione ha ripreso la storia di Friedrich-Paul von Groszheim; Paul Gerhard Vogel è stato scelto da Francesco Legramandi (Franze); Wally Rainbow, Luca Vanzella e Roberto Ruager hanno costruito le loro tavole sulle vicende di Rudolf Brazda; Karl Gorath è stato raccontato da Mattia Surroz; infine Andrea Madalena ha illustrato Albrecht Becker.

Diciannove illustratori, diciassette tavole, undici storie. Questi sono solo alcuni dei numeri di un progetto che ha visto la luce nel giro di due mesi, nato perché la memoria non si perda, perché la ricerca è ancora agli inizi e i testimoni di quei fatti e di quegli orrori stannio scomparendo.
L’unico modo per rendere loro giustizia è ricordarli.
E rendere giustizia anche a chi lotta quotidianamente per i diritti delle persone gay, lesbiche e trans*.

Veniteci a trovare
il 9 maggio 2014

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