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Othello

Teatro san Carluccio Via San Pasquale a Chiaia, 49, Napoli, Italia
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con
Valentina Badaracco
Daniela Camera
Andrea Cioffi
Alex Marano
Daniele Pitari
Alessio Praticò
Valerio Puppo
Papi Pape Toure



+OTHELLO+
Venezia.
Un innamorato e un altro innamorato.
Il primo è ricambiato dalla sua giovane innamorata; il secondo, sciocco, non è amato.
Un furbo servitore dei due padroni, contro il servo ingenuo, segue i propri scopi.
L’innamorata perde il fazzoletto, pegno d’amore, la servetta lo trova e lo cede al servo che ama, lui lo cede al servo onesto e su di lui casca la colpa. E poi ci sono Vecchi, Dottori e Capitani spacconi.
Una commedia.
In tutto e per tutto un canovaccio di commedia dell’arte, più che altro.
Del resto siamo in Italia e il teatro in Italia è questo.
Shakespeare lo sa bene.
Otello no.
Otello italiano non lo è, questi sadici giochi non li conosce e davvero non sa che potrebbe finire bene; questi scherzi non li accetta.
E’ una commedia che, infatti, finisce male. Finisce terribilmente ma lo capiamo solo quando ormai è troppo tardi. In fondo come le migliori commedie potrebbe portare da un momento all’altro al lieto fine che casualmente, e soltanto casualmente non arriva.
La scena allora si sposta a Cipro, in terra neutrale.
Qui le maschere cadono, una dopo l’altra, goffamente, terribilmente.
Maschere che sono più vicine a noi di quanto vogliamo, superbamente, ammettere: perché non c’è nulla di più umano di uomini che per nascondere le proprie paure, per perseguire i propri sogni, fingono d’essere altri uomini. Con modi eccessivi, violenti, barbari.
Viviamo in un mondo d’eccessi e ci costringiamo in un teatro spesso o finto o neutrale;
finto perché sprovvisto di quelle grandi, enormi, reali esigenze che affliggono l’animo umano; neutrale perché ancorato a dei modi realistici che di realistico poco anno.
Il nostro è un mondo di maschere grottesche; e lo è anche quello di Shakespeare.
Troppo presi a prenderci sul serio, per prendere sul serio le nostre emozioni, che di mediocre non hanno niente.

+PROGETTO OTELLO*
Mettere in scena Otello è una sfida in partenza. E' una sfida perché ci si confronta con i mostri sacri del passato. E' una sfida perché a mettere in scena Shakespeare sono sempre i soliti noti.
Le solite personalità del teatro, consolidate e considerate invalicabili. E' una sfida perché raramente i giovani ci si confrontano così come andrebbe fatto. E' una sfida, infine, perché Otello è "il moro di Venezia", con tutto quello che ne deriva, e ad interpretarlo non è mai un attore di colore. In Italia, in effetti, attori di colore ce ne sono ben pochi, a differenza di tutti gli altri paesi europei, e a fare Otello si trovano sempre attori truccati, conciati, vestiti da ciò che non sono. Come fare, allora, a raccontare il disagio di Otello, in una Venezia militarizzata, razzista, viziosa, come quella raccontata da Shakespeare? L'etnia del protagonista, infatti è al centro della vicenda. Se Otello fosse stato veneziano, la tragedia non si sarebbe compiuta; il generale si sarebbe fatto una ragione di una cultura (invece così estranea) e la morte non sarebbe risultata l'unica soluzione. Come si può essere Otello senza cadere in cliché, in luoghi comuni, in stereotipi che appiattirebbero la vicenda? L'unica risposta che ci siamo dati è che a fare Otello fosse una persona che vivesse a pieno tutti i disagi del Moro. Abbiamo iniziato, quindi, a gestire un laboratorio teatrale propedeutico rivolto a ragazzi di origine africana, finalizzato alla selezione di uno di loro, per ricoprire il ruolo del protagonista e continuare le prove dello spettacolo fino alla messa in scena. Un film documentario racconterà tutto il lavoro svolto, nell'ambito di un progetto di condivisione e di integrazione.

Veniteci a trovare
il 24 maggio 2014

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