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Permanenze 1974-2014 GRUPPO MAUTHAUSEN , Un'esperienza tra Arte e Vita

Marca - Museo delle Arti di Catanzaro Via Alessandro Turco, 63, Catanzaro, Italia
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PERMANENZE 1974 - 2014

GRUPPO MAUTHAUSEN

Antonio De Fabritiis
Franco Ferlaino
Pino Lavecchia
Antonino Martelli
Paolo Pancari
Pino Pingitore
Corrado Rotundo
Franco Tolomeo

Un’esperienza tra Arte e Vita, a cura di Alberto Fiz

Alberto Fiz

E così Catanzaro scoprì di essere all’avanguardia. La città dei tre colli e dei due mari, che aveva passato indenne gli anni sessanta, finisce, quasi senza accorgersi, nel turbine dei settanta grazie ad una pattuglia di otto giovani incoscienti quanto temerari decisi a compiere una vera e propria rivoluzione culturale, facendo dell’arte contemporanea uno strumento di carattere sociale e politico, ancor prima che estetico.
I guerrieri dell’arte, che nel 1974 confluiscono nel Gruppo Mauthausen, sono Antonio De Fabritiis (purtroppo scomparso nel 1997) e Antonino Martelli, insegnanti del Liceo Artistico di Catanzaro; Franco Ferlaino e Pino Pingitore, che frequentavano l’ultimo anno dello stesso Liceo Artistico; Pino Lavecchia e Franco Tolomeo, iscritti al primo anno all’Accademia di Firenze; Paolo Pancari e Corrado Rotundo, iscritti al primo anno all’Accademia di Catanzaro.
Professori (appena due) e allievi, spesso poco più che maggiorenni, uniti con lo scopo di trasformare la loro città in un centro propulsivo di aggregazione dove l’arte costituisca un elemento di dibattito e di consapevolezza evitando ogni forma di retorica accademica. “Le proposte alternative sulle quali si basa l’azione del gruppo, nascono da una analisi etico-politico-artistica, dell’ambiente
in cui si opera. (…). La nostra azione è alternativa per un pubblico che non ha mai visto niente di diverso del ‘piccolo formato impressionista’. È alternativa ‘di sistema – di lavoro’ per tutti gli artisti catanzaresi che vorranno, e speriamo siano in molti, prendere coscienza della loro vera funzione in una realtà che ha bisogno di loro”. L’appello viene lanciato nel 1974 da A.G., il giornale artistico-politico-d’attualità stampato in ciclostile e di cui sono
usciti solo due numeri, sufficienti per cogliere la vera anima del Gruppo. Nell’esperienza completamente autogestita di Mauthausen non mancano le ingenuità e una teorizzazione non sempre all’altezza degli obiettivi, ma è bene non dimenticare l’azione pionieristica compiuta dai giovani ribelli che
si muovono in un contesto territoriale privo di riferimenti con molte lacune dove l’unico artista catanzarese riconosciuto a livello nazionale e internazionale era Mimmo Rotella, da tempo lontano dalla sua città. Appare, poi, evidente la scarsità dei luoghi di formazione con il liceo artistico che nasce solo nel 1968, sei anni prima dell’Accademia. Non esisteva un museo (per questo bisognerà attendere nel 2008 la nascita del MARCA), le gallerie avevano una vita breve con un’attività spesso sporadica e l’unico spazio espositivo era il Palazzo della Provincia di Catanzaro. In compenso, gli artisti si danno un gran da fare e proprio nel 1971 Mario Parentela fonda a Catanzaro, insieme a
Franco Magro, lo studio d’arte “Il Meridione” che diventa un punto di riferimento anche per i più giovani. Nonostante la vitalità del cinema (in città c’erano ben cinque sale cinematografiche) e del teatro, a Catanzaro si percepisca una forte arretratezza culturale con uno scarso scambio d’informazioni. “Nel mondo di internet e dei
social network tutto ciò sembra paradossale ma allora per noi, giovani artisti squattrinati, visitare la Biennale di Venezia era già un’impresa”, ricorda Pino Pingitore che, insieme ai suoi compagni d’avventura, visita per la prima volta la kermesse lagunare nel 1970 quando l’allestimento tradizionale viene radicalmente modificato dalla mostra
Proposte per un’esposizione sperimentale che offre una serie di ambienti intorno ad alcuni temi di particolare attualità come Arte e società, Produzione, Analisi del vedere, Gioco/Relax a cui si aggiunge un grande ambiente indicato come
Spazio della stimolazione percettiva. Quell’anno, poi, il Padiglione italiano ospita le installazioni di Nicola Carrino, Sergio Lombardo, Giulio Paolini e Agostino Bonalumi. Tutto questo incide profondamente
sulla formazione del futuro Gruppo Mauthausen che inizia la sua storia già nel 1971 quando Franco Tolomeo detto Pedro, Corrado Rotundo detto Manuel (Pedro e Manuel sembrano i soprannomi di due guerriglieri di Che Guevara) Pino Lavecchia, Pino Pingitore e Paolo Pancari affittano una soffitta piuttosto malconcia nel rione Stella di Catanzaro
per dare vita al Gruppo IV Marzo, un nome che, come ricorda Rotundo, ”non era riferito a nessuna ricorrenza importante, semplicemente si trattava del giorno in cui decidemmo di iniziare quell’esperienza comune che, pur nella sua ingenuità, costituì il
primo tentativo, nella nostra città, di superare l’individualità del lavoro pittorico, attribuendogli un senso collettivo.” A posteriori, il 4 marzo 1971 è diventata una data importante anche se l’episodio appare quasi del tutto sconosciuto persino a Catanzaro che proprio quel giorno fa il primo passo verso l’avanguardia affrontando, sia pure in maniere
embrionale, un’ipotesi di arte pubblica coinvolgendo direttamente il tessuto sociale della città.
I giovani artisti del IV Marzo, infatti, avevano deciso d’invadere pacificamente la Galleria Mancuso, il nuovo centro commerciale della città, proponendo, senza alcuna mediazione, le loro opere ai passanti Non si voleva imitare i prodotti per turisti di Venezia o di Firenze, ma si tentava la strada della sperimentazione facendo della Galleria un
luogo di confronto a cielo aperto. L’arte scendeva in piazza inserendosi in un contesto totalmente inedito e coinvolgendo il pubblico in un happening quotidiano dove la pittura costituiva il punto di partenza di un dibattito allargato. I nuovi operatori estetici non avevano più la necessità di esporre in un luogo ufficiale, ma potevano intervenire direttamente sul territorio attraverso un’operazione dal basso in grado di formare persino un micro
collezionismo. Del resto, l’idea che l’arte fosse destinata a conquistare nuovi territori è tipica di quegli anni fortemente ideologici dove le parole d’ordine sono comunicazione di massa e cultura di classe. Già nel 1967 a Torino Michelangelo Pistoletto realizza alcune azioni collettive al di fuori della galleria e in occasione della mostra Con-temp-l’azione lungo le strade della città che uniscono le tre gallerie Sperone, Stein e il Punto, porta a passeggio un’enorme Sfera di Giornali coinvolgendo artisti e curiosi. Nel 1968 si svolge ad Amalfi la manifestazione Arte povera-Azioni povere promossa da Marcello Rumma e in quell’occasione Germano Celant (l’arte povera era nata ufficialmente un anno prima) scrive: “oggi è l’esigenza di identificarsi con l’azione e il processo in corso, la tensione ad attivizzare la dimensione
psicofisica…agire e togliere energia, mescolarsi alla realtà, attraverso il proprio corpo e la propria dimensione mentale, sino all’annullamento totale…” A Catanzaro la tribù dei giovanissimi sente il vento del cambiamento e si mette in marcia, sia pure nel totale isolamento di un’esperienza che non supera i confini cittadini. Troppo giovani, troppo inesperti e forse troppo idealisti i nostri eroi, per far sentire la loro voce al di fuori delle mura domestiche.
Ma non c’è dubbio che si sia attuata una rivoluzione silenziosa che merita di essere analizzata con scrupolo: “In quegli anni vivemmo una congiuntura particolare nella quale si prefigurò l’illusione che il mondo stesse per cambiare. I mass-media promettevano di accorciare le distanze, la marcia trionfale dello sviluppo avrebbe livellato le
disparità. Era inutile inseguire il progresso, era lui a muoversi verso di noi. Bastava aspettare ancora un po’ e intanto darsi da fare. Nonostante nulla garantisse queste promesse noi ci credemmo,” ricorda Rotundo. Come ogni esperienza collettiva che si rispetti, anche quella di Catanzaro cresce e si sviluppa, Dopo l’happening in Galleria si passa, nel 1973, a una mostra nel Salone del Palazzo della Provincia di Catanzaro intitolata semplicemente
Pittura, scultura, scenografia e fotografia dove si mettono in fila le tecniche senza alcuna distinzione
di sorta, equiparando la pittura alla scenografia. L’intendimento era quello di superare ogni retorica distinzione tra high and low creando un piano orizzontale dell’esperienza estetica. La rassegna rimane pur sempre una collettiva di gruppo e tra i pochi commenti della stampa locale, si rammenta quello di un giornalista che tenta una
superficiale analisi critica scrivendo: “La coraggiosa pattuglia che ha dato vita alla manifestazione in cui, senza dissacrazioni della tradizione, si colgono elementi rinnovatori e spontanei che hanno ancora bisogno di un complemento del linguaggio, diremmo anzi della sintassi artistica, ma che sin d’ora appalesano aspetti validissimi, degni di essere seguiti ed incoraggiati”. Ma il vero scatto in avanti si ha nel 1974 quando il Gruppo, finalmente al completo, si ripresenta al Salone della Provincia con un’opera collettiva supportata da un manifesto teorico e un nuovo nome che passa dal neutro IV Marzo al ben più connotato e provocatorio Mauthausen che fa riferimento al famigerato campo di concentramento nazista ed evoca una delle maggiori tragedie dell’umanità. Un pugno nello stomaco per un progetto che partiva da un ossimoro: “La violenza oggi…ed una ipotesi di pace” dove il tema assume differenti significati: da un lato le guerre e le distruzioni di un secolo tragico e dall’altra la violenza insita in una società
opprimente, basata su ciniche logiche commerciali e sulla mortificazione dell’individuo. Di fronte a tutto ciò, l’arte deve prendere posizione impegnandosi nella denuncia e nella trasformazione del sistema.
Nel manifesto di Mauthausen è scritto: “Oggi purtroppo si vive nell’ambiguità e nello sfruttamento, messo in atto da sistemi di potere e da false informazioni di stampa che non vogliono far conoscere la realtà che ci circonda. Da
ciò la denominazione del Gruppo Mauthausen”. Ma è nella presentazione della mostra che si fa cenno all’aspetto più importante: “Crediamo nell’azione e nel lavoro di gruppo come forza d’urto che sola può costituire il veicolo per mezzo del quale possa avere inizio un cambiamento radicale….”
Il contenuto eversivo dell’arte costituisce il filo rosso di molte esperienze proposte prima e dopo lo spartiacque rappresentato dalla rivolta studentesca. Sul numero 5 di Flash Art Germano Celant pubblica nel 1967 il celebre testo Arte Povera. Appunti per una guerriglia: “L’artista da sfruttato diventa guerrigliero, vuole scegliere il luogo del combattimento, possedere i vantaggi della mobilità, sorprendere, colpire” e conclude il suo pamphlet scrivendo
“siamo già alla guerriglia.” È paradossale, poi, osservare come proprio quel sistema contro cui l’arte povera combatteva, ha costituito nel
tempo il suo maggior sostegno con i musei tra i maggiori acquirenti. Ma allora questo è il clima che si respira. Con più ironia Pistoletto paragona l’artista ad un animale in gabbia e tra il 1968 e il 1970 organizza una serie di eventi con un gruppo denominato Lo Zoo. “La cosiddetta civiltà ha relegato ogni animale nella sua gabbia. I meno pericolosi, più docili e sottomessi li ha messi in grandi recinti comuni: le fabbriche, le case popolari, gli stadi sportivi (…) Gli artisti sono isolati nelle Biennali di Venezia, nei teatri, nei musei e nelle manifestazioni organizzate. (…)
Ora noi sappiamo di essere Lo Zoo,” affermava l’artista nel 1969. Quanto a Harald Szeemann, nel 1972 descrive così la sua Documenta 5, una delle manifestazioni più influenti dell’epoca: “La mia mostra è come il covo di un terrorista intento a distruggere l’autonomia dell’opera d’arte.” Non a caso la kermesse aveva come sottotitolo Befragung der Realität – Bildwelten heute (Interrogazioni sulla realtà-mondo delle immagini oggi). A Catanzaro, insomma, sia pure con un po’ di ritardo e nel totale isolamento, emergono le grandi questioni che
agitano il sistema internazionale dell’arte. Il Gruppo Mauthausen, poi, ha il merito di proporre nel 1974 un’opera collettiva realizzata da otto artisti di cui nessuno ha diritto di primogenitura. È un fatto assai raro anche nell’ambito dei movimenti nati tra gli anni sessanta e settanta dove le esperienze di gruppo non hanno mai sacrificato le singole individualità. In questo caso il modello è più vicino a quello del mondo teatrale e in particolare alle sperimentazioni
del Living Theatre. L’opera di Mauthausen nasce da un lungo percorso che dura quasi un anno fatto d’incontri, dibatti, morzeddi, piccantini, sigarette e vino a volontà (il tutto è documentato da un diario che è un efficace spaccato generazionale e
avrebbe potuto essere la sceneggiatura perfetta di Ecce bombo, il film realizzato da Nanni Moretti nel 1978). Ne scaturisce un’installazione multimediale (allora si usava il termine intermediale) che affronta il tema della violenza e soprattutto dell’alienazione con una serie di anonimi manichini (come non pensare a Giorgio de Chirico e soprattutto
a Mario Ceroli?) collocati lungo un percorso frastagliato dove non mancavano gabbie e una trincea con il filo spinato. Lo spettatore è parte in causa di un processo emozionale che coinvolge la sfera fisica e sensoriale trasformando radicalmente il contesto ambientale. In tutto ciò s’inserisce la componente filmica con documentari originali sulla
guerra del Vietnam e l’esplosione atomica di Hiroshima. Ma non bisogna dimenticare l’ipotesi di
pace suggerita dal manifesto del Gruppo Mauthausen che si sviluppa intorno ad una performance un po’ hippie un po’ new age dove gli otto artisti s’immaginano come personaggi provenienti da luoghi e culture differenti che, intorno al fuoco, sulle spiagge della Roccelletta, inscenano
la solidarietà e il dialogo tra i popoli. L’evento
viene documentato da una serie di diapositive
proiettate nell’ambito dell’installazione accanto ai filmati storici di violenza e di distruzione rimescolando ulteriormente gli accadimenti in un blob visivo assai complesso dove andavano a braccetto le paure e le speranze dei nostri giovani. L’opera ha compiuto quarant’anni nel 2014 e proprio in quest’occasione è stata riproposta al MARCA non per rievocarla come reperto archeologico di un passato perduto, ma per coglierne la stretta aderenza all’oggi in un contesto dove quei giovani ormai brizzolati, entrati nella vita da porte diverse non tutte legate all’arte, hanno ancora molto da dire.
Sebbene pochi se ne siano accorti, nel 1974 a Catanzaro si sono aperti nuovi orizzonti per l’arte contemporanea e i linguaggi delle avanguardie che apparivano distanti di almeno un secolo, si siano improvvisamente avvicinati. Quegli artisti, poi, hanno posto una serie di questioni etiche che appaiono oggi di particolare significato come la
responsabilità verso il proprio territorio, la forza d’urto del cambiamento, il superamento degli individualismi, la ricerca di un dialogo aperto e libero da ogni forma di pregiudizio. Certo, non è facile spiegarsi per quale ragione una pagina così importante per la storia della città sia stata a lungo dimenticata (una prima rievocazione si è svolta
nel 2008 al Complesso Monumentale del San Giovanni a Catanzaro). Con il senno di poi si può ascrivere questo oblio ad una forma di autolesionismo, troppo spesso presente in questa
città, come in molti luoghi del Mezzogiorno. Ma va detto che i giovani di allora erano inguaribili visionari che nel loro progetto non avevano tenuto conto del sistema che li circondava. Forse erano troppo giovani per farlo. Un’operazione di quel tipo, per avere un futuro, necessitava di una teorizzazione lucida, di un collezionismo attento, di finanziatori, d’istituzioni pubbliche capaci di coglierne il messaggio, di qualche ingenuità stilistica in meno, nonché
di una relazione stretta con altre esperienze di carattere nazionale e internazionale. Invece, nemmeno a Napoli, il luogo più propulsivo del Mezzogiorno si sapeva che il gruppo Mauthausen esisteva. Del resto, persino la stampa di
Catanzaro li ha pressoché ignorati e la loro esperienza si è consumata nella solitudine e nell’utopia senza che ne venissero colte sino in fondo le potenzialità. Un tentativo di espansione, per la verità, ci fu e il gruppo Mauthausen nel 1975 fece domanda per entrare alla Quadriennale di Roma con un progetto installlativo che aveva come soggetto Don Chisciotte. Ma la commissione
presieduta quell’anno da Pericle Fazzini lo scartò immediatamente. I nostri un po’ donchisciotteschi lo sono stati per davvero ma chi pensava che tutto fosse finito si sbaglia e a distanza di quarant’anni il gruppo Mauthausen è risorto proprio al MARCA con una nuova installazione, anzi con una “i-stanza”, come l’ha chiamata Franco Ferlaino ironizzando sull’uso smodato della tecnologia.
Questa volta sono state messe da parte le questioni strettamente ideologiche e politiche per concentrarsi sulla componente più specificatamente introspettiva. Al MARCA è stato proposto un viaggio nel cosmo che riguarda da vicino l’individuo e il suo desiderio di libertà. Mauthausen 2.0, tuttavia, non ha perso la carica provocatoria e nei mesi che hanno preceduto la mostra, gli ex giovani sono tornati a incontrarsi, a scrivere progetti e a tenere diari come allora. Tanti anni in più e molte illusioni in meno ma lo spirito ribelle è rimasto immutato. E l’avventura continua.


Il GRUPPO MAUTHAUSEN

Il Gruppo, oggi desolato dalla scomparsa della persona più speciale, fu attivo negli anni Settanta del secolo scorso in Catanzaro.
L’attività del Gruppo si ritagliò un posto di rilievo nel panorama artistico e culturale della Città e l’operazione del “Mauthausen” fu momento clou di un’esperienza già avviata nel 1970 con «L’arte di strada», proseguita nel 1973 con la mostra interdisciplinare di pittura, scultura, fotografia e scenografia; culminata con la mostra-allestimento
«La violenza oggi e un’ipotesi di pace» del 1974.
Cause fortuite e contingenti fecero incontrare dei giovani in un gruppo informale che si sentiva unito dalla passione comune per le arti visive, in particolare, la fotografia, la pittura e la scultura. Le pareti della “casa di Franco”, nel rione Grecìa, dove il diario segnala gli incontri reiterati e continui del gruppo, furono i primi pannelli espositori delle nostre pulsioni più profonde, di un bisogno espressivo alienato da vernissage che svuotavano l’arte di quella che dovrebbe essere la sua intensa e intrinseca energia comunicativa e rappresentativa.
L’azione del Gruppo si concluse con il progetto di partecipazione alla Quadriennale di Roma del 1975, con l’opera «Don Chisciotte».
La proposta dirompente del “Mauthausen” è l’Alternativa di Gruppo: in una fase storica di “collettivismo”, intendemmo
proporre e superare l’individualismo del lavoro artistico, attribuendo all’azione estetica e creativa anche un senso poetico collettivo.


CATANZARO 1974

Il grande allestimento spaziale e “intermediale” [si pensi!], allestito nel salone del Palazzo della Provincia, oscurando e illuminando ad hoc, con spot colorati, numerosi angoli e temi predisposti nei 400 mq, prefigurò quello che la critica artistica avrebbe, poi, definito «installazione estetico-spaziale» per indicare un intervento fuori dagli schemi
disciplinari consueti, che utilizzava un linguaggio interdisciplinare e che si riferiva al sociale come campo operativo.
La grande installazione prese in considerazione, attraverso i diversi linguaggi dell’arte contemporanea, i differenti aspetti e i tanti volti della violenza esercitata dal potere nella storia, sia dal punto di vista sociale, sia dal punto di
vista culturale.
Il tema comune emerse dal pathos che affiorava nell’animo di noi tutti. Erano i primi anni ‘70 del secolo scorso: il Novecento, «durante il quale, la tecnica aveva fornito agli uomini gli strumenti più terribili di distruzione e di morte;
talmente potenti e disumani da rendere ridicole e quasi patetiche le guerre del passato, con le loro armi e regole d’onore» – ci ricorda Corrado Rotundo, in una sua memoria inedita.
Le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki hanno tratteggiato il percorso formativo della nostra generazione.

La crisi di Cuba ha scalfito l’immaginario della nostra infanzia.
La “Guerra fredda” ha segnato le nostre libertà giovanili, i nostri spostamenti nello stesso territorio europeo.
I colpi di stato dell’America Latina, la morte di Ernesto Che Guevara e di Allende, le invasioni repressive dell’Unione Sovietica nei Paesi satelliti, i carri armati della “primavera di Praga”, la dittatura dei colonnelli in Grecia, la guerra del Vietnam, l’escalation degli armamenti nucleari tra il blocco Atlantico e quello di Varsavia, disegnavano il panorama politico mondiale............


CATANZARO 2014

L’attuale esposizione nasce dal desiderio di storicizzare quel pezzo assai rilevante e quasi del tutto dimenticato della vicenda artistica e culturale della Città di Catanzaro, quell’esperienza portata avanti, con disinvoltura e coraggio,
da un gruppo di giovani che, poco più che adolescenti, con lucidità e determinazione, senza una tradizione di riferimento, senza appoggi politici, senza supporti economici istituzionali (allora, per noi inimmaginabili), diede corpo a un’idea di “avanguardia” della quale, in città, non vi erano mai stati segni.
Non è un’operazione nostalgica, l’evento espositivo odierno propone un’ulteriore invito alla riflessione attraverso una nuova “i-stanza”, una installazione attualizzante composta da oggetti scenografici che si animano di uno spirito inconsueto, comunicano messaggi, diventano momento d’indagine introspettiva, capace di sollevare riflessioni e
indurre ad un intimo dialogo con sé stessi.
Nelle “stanze” è disseminata l’immagine speculativa che risucchia gli osservatori nell’ installazione e instaura una comunicazione diretta tra fruitore e opera, tra opera e artista. La ricerca estetica è contenuta, ma sufficiente a dare
maggior voce alle problematiche umane, politiche, sociali esistenziali. Le luci e l’atmosfera trasportano il partecipante in una dimensione evocativa, altra, inconsueta. Gli elementi scenici sollecitano sensazioni e scuotono la sfera emozionale, avviano moti d’animo e vivificano l’immaginario individuale richiamandone permanenze ancestrali,
percezioni altre e visioni surreali.

Veniteci a trovare
il 30 maggio 2014

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