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Ghédalia Tazartès FROM PARIS

Btomic via firenze 27, La Spezia SP, Italia
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Chi è Ghédalia Tazartès?
Qualcuno lo ha definito come colui che ‘combina un orchestra ed un gruppo pop in una sola persona'. È un incredibile trasformista vocale che può passare in un batter d’occhio dalla voce di un bambino a quella di una vecchia e dal salmodiare di un muezzin arabo a quello di uno sciamano dakhota. È un musicista ‘concreto’ o, meglio, è l’‘interprete del concreto’. A suo modo fa del cinema per le orecchie o, meglio, il suo è un autentico spettacolo sonoro ambulante. È un nomade. È un grande attore… un commediante… un teatrante... È un culto per molti musicisti, fra i suoi fan ci sono Valerio Tricoli e Mattia Coletti, eppure è semisconosciuto anche presso il pubblico più curioso e intraprendente...
Perché, in fin dei conti, Ghédalia Tazartès è Ghédalia Tazartès.
Quella di Tazartès è la metafora del viaggio, dello spostamento, del movimento, dell’attraversamento, peraltro ben esemplificata da titoli come “Diasporas”, “Transports” e “Voyage à l’ombre”. Nella sua musica c’è la tradizione della scuola concreta francese, con una particolare attenzione riservata alla labilità del linguaggio ed all’assemblaggio di elementi eterogenei, ma ben inserita e camuffata in un modello espressivo personale, singolare ed unico.
Com’è facile intuire, già da queste (poche) parole, si tratta di un ‘diamante’ prezioso, tanto più che ha realizzato solo sei dischi in trent’anni e che la sua figura è circondata da un’oscurità pressoché totale. È difficile dare un ordine ed una datazione certi alla sua discografia, a meno di non possedere i dischi originali, visto che le scarse notizie reperibili su internet differiscono l’una dall’altra in numerosi particolari, ma un ascolto dei dischi ed un’attenta lettura delle poche discografie esistenti mi ha fatto stilare la seguente come piuttosto attendibile:
1) “Diasporas” (LP - Cobalt 1975)
2) “Tazartès’ Transports” (LP - Cobalt 1977)
3) “Une éclipse totale de soleil” (LP - Celluloid 1979)
4) “Tazartès” (LP - Ayaa 1981)
5) “Checkpoint Charlie” (CD - Ayaa 1989)
6) “Voyage à l'ombre” (CD - Démosaurus 1997)
1) e 4) sono stati riediti da Alga Marghen in un unico CD intitolato “Diasporas Tazartès”. 2) è stato riedito in CD da Alga Marghen con lo stesso titolo e 3 brani aggiunti. 3) è stato riedito da Alga Marghen in CD con un brano aggiunto. 5), registrazione dell’ultimo concerto di Tazartès, non è mai stato ripubblicato. Riguardo alle ristampe Alga Marghen, tanto benemerite quanto carenti di note se non addirittura sibilline, spero di avere ben interpretato la dislocazione dei vari brani, anche perché mi sono basato su di esse per scrivere le annotazioni che seguono.
Il primo disco, come da prassi, è il più grezzo e scarno della serie. Qualche percussione, qualche tocco di pianoforte, ma soprattutto la voce che spesso è un richiamo / ricamo atavico, rituale e/o mercantesco. Al dolce vivere dell’ascoltatore, si fa per dire, è concesso solo uno spunto da vecchio chansonnier in Quasimodo Tango (su musiche di Michel Chion) e una filastrocca da ‘mangiatori di patate’ nella seconda parte de La fin du prologue. Il resto è tutta una bolgia infernale di voci che ha il suo culmine nel parossismo primitivo, ma primitivo davvero, del penultimo brano (Rien n’est assez fort pour dire). Il disco è diviso in undici brani di durata piuttosto breve, ad esclusione di quello iniziale che si protrae per oltre nove minuti e che però è diviso in quattro parti ben distinte.
“Tazartès’ Transports” è invece interamente occupato dal brano eponimo, che è però suddiviso in 15 parti ben distinte seppur miscelate senza soluzione di continuità. Si tratta probabilmente del disco che ha fatto inserire l’autore nel calderone della new wave francese. In realtà si tratta di un’opera più ‘musicale’, rispetto al disco precedente, cioè più attenta all’aspetto sonoro, e più consistente in tal senso, con orchestrazioni di maggior raffinatezza che guadagnano in importanza rispetto alla voce e con addirittura numerose parti esclusivamente strumentali. Sicuramente il disco perde qualcosa in forza selvaggia, ma funziona altrettanto sicuramente nell’avvicinare alla sua musica un pubblico più consistente.
“Une éclipse totale de soleil” è teoricamente composto da un solo brano, diviso in due parti come all’epoca imponeva il vinile, anche se poi l’ascolto lascia trasparire al suo interno svariate sezioni. Il tribalismo percussivo e i mantra vocali sono dilatati all’inverosimile e da questi emergono gli echi di numerosi aspetti rituali della vita: dalla veglia familiare alla cerimonia mistico-religiosa. Il disco cerca un po’ di condensare la sua arte, e vi riesce, creando un equilibrio perfetto fra strutturazioni strumentali e parti vocali, e mostrando una capacità di assemblaggio veramente geniale. Si sentono gli umori della new wave, ma è possibile anche sentire l’eco dei classici della psichedelia. È come se potesse esistere una Incredibile String Band della New Wave e un altro paragone, se proprio è necessario, lo farei con le cantilene ‘pagane’ dei Virgin Prunes.
Nella versione in CD sono aggiunti gli oltre 24 minuti de Il regalo della Befana, una registrazione posteriore databile alla seconda metà degli anni ’90. All’inizio c’è un concitato strimpellare di chitarra, e poi è una girandola da cui emergono tanti elementi di musica nera, dal blues al jazz, ma anche momenti più rock o sinfonico dissonanti. Il tutto è sotto il segno di una vocalità più ‘classica’, dove non ci sono quegli sbalzi temporo-spaziali che lo hanno reso tipico. Anche la versione CD di “Tazartès’ Transports” contiene tre brani aggiunti databili allo stesso periodo de Il regalo della Befana, per una quindicina di minuti totali, ma in questo caso è materia strumentale non trascendentale e che non aggiunge nulla di particolarmente originale alla sua musica.
Il regalo della Befana è un brano piuttosto importante perché mostra l’evoluzione di un discorso già riscontrabile in alcuni brani di “Tazartès” del 1981; cioè lo spostamento verso una forma canzone più riconoscibile, seppure sempre distante dagli schemi classici della canzone ‘occidentale’. Nell’occasione tanta Africa (sahariana e non) e questo è senza dubbio il suo disco più nero. L’indirizzo tribale delle musiche accompagna un eccitazione rituale che si stempera anche in momenti altamente ‘poetici’. Il tutto è come sempre condito con quegli elementi spuri, in Elle eut des étouffement aux premières chaleurs quand les poiriers fleurirent ci sono addirittura accenni operistici, che rendono così particolare la sua musica. Ma il suo è un percorso inverso a quello di Fitzcarraldo e il suo scopo sembra quello di voler portare una forte dose di primitivismo dall’interno delle caverne al cuore della ‘civilizzata’ Europa.
Dopo “Tazartès” ci sono quasi 20 anni di vuoto discografico, interrotti solo dalla pubblicazione di un ‘live’, e il ritorno del 1997 desta subbuglio fra il numero ristretto degli appassionati mentre passa ancor più inosservato presso il resto del pubblico. “Voyage à l'ombre”, pubblicato dalla Démosaurus di David Fenech, è ancora una volta un signor disco. La verve originaria non sembra affatto essersi affievolita, nonostante un utilizzo più marcato delle moderne tecnologie, e l’autore continua a spaziare allargando addirittura i propri confini verso il cabaret, il minuetto, la musica bandistica, l’electro e altro (sentite se Les ivrognes amoureux non par’essere una canzone melodica napoletana!!!!). Incredibile è il pezzo che intitola il disco, diviso in sette parti, che passa dalla falsariga di canzone anni ’30, ad una melodia arabeggiante, ad una filastrocca sciamanica, ad un intermezzo operistico, ad un altro intermezzo zingaro, ad un parossismo di risate, ad un electro-cabaret, ad una delicata nenia mnemonica… Tra le altre cose ci sono scritture per coreografie di Christiane Blaise e d’Annette Leday, e c’è la ripresa di un testo di Paul Verlaine (Chanson d’automne). Soprattutto intervengono altre voci, in piccola dose, e Tazartès dimostra di saperle utilizzare al meglio.
Altri paragoni possibili, per chiudere in bellezza e sempre da prendere con le molle, potrebbero essere fatti con alcune cose di Faust, Einstürzende Neubauten e Ich Schwitze Nie. E quando decide di fare il gigione sa farlo meglio di Tom Waits.
Purtroppo sono passati altri 10 anni e il Tazartès musicista sembra tornato a viaggiare nell’ombra. Speriamo che avvenga una sua riscoperta, seppur tardiva, la cui onda possa riportarlo sulle scene. Perché, ne sono sicuro, l’uomo ha ancora tante cose da dire e, soprattutto, da insegnare.
L’intervista, alla quale potete accedere cliccando nell’icona che trovate qui sotto, risale al 1997, anno d’uscita di “Voyage à l'ombre”, e venne fatta da David Fenech, musicista e discografico che pubblicò quel disco nella sua Demosaurus Records. La versione originale dell’intervista la trovate all’indirizzo http://demosaurus.free.fr/demosaurus/ghedalia_tazartes/ghedalia_tazartes_interview.htm. La breve introduzione è posteriore ed è stata scritta da Fenech nel 2005 in occasione della sua ripubblicazione dell’intervista all’indirizzo http://www.odeo.com/audio/291632/view come sesta parte della serie ‘Les copains musiciens’. Grazie infinite a Franca Fausti per la traduzione dal francese.

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il 8 giugno 2014

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