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I colori, i volti, le speranze del Chiapas – Mostra itinerante

Caffé Basaglia Via Mantova 34, Torino, Italia
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Dal 03 Giugno, mostra itinerante In collaborazione con ArtigianArte - Fino al 30 Giugno

Messico, 1° gennaio 1994. Mentre i turisti brindavano all’anno nuovo, l’E.Z.L.N. (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) lanciava, nella regione meridionale del Chiapas, un’offensiva in grande stile contro il governo di Carlos Salinas de Gortari. Migliaia, di indigeni di etnia Maya, affiancati da contadini e studenti venuti dalle grandi città, occupavano i municipi, simboli del potere centrale, dei più importanti centri del distretto, attaccavano le basi militari della zona; prendevano d’assalto le carceri cittadine, liberando i detenuti, arrestavano le personalità locali in passato distintesi nell’opera di repressione della protesta sociale.

Il mondo scopriva così, in modo spettacolare, l’esistenza di un problema “messicano” e “indigeno”, che il governo aveva per anni negato. La ribellione zapatista è una risposta diretta a quella che si prefigura come la fase finale dell’azione di annientamento delle realtà indigene presenti nel paese. Una rivolta che affonda sicuramente le sue radici nel malcontento locale, ma riesce ad arricchirlo con analisi politiche e sociali che oltrepassano i confini del Chiapas.

La figura, in pochi mesi diventata mitica, del sub-comandante Marcos, il volto sempre celato da un passamontagna per non personalizzare la leadership della lotta, ha fatto poi il resto, polarizzando l’attenzione dei media in cerca di notizie a sensazione, su quello che stava accadendo in quella sperduta regione. Ovviamente la rivolta del Chiapas è molto più che un riuscito “colpo di mano” mediatico, ma è sicuramente anche questo ed è proprio in tale spregiudicato utilizzo delle tecniche di propaganda che è individuabile una delle sue peculiarità. Il tema dell’orgoglio etnico e di una richiesta di democrazia diretta, praticata ancora oggi dalle comunità indie come forma di autogoverno, è stato strettamente intrecciato con quello di una liberazione sociale che deve affrontare le fondamenta sessiste, “machiste” e autoritarie, comuni a buona parte dell’America Latina.

In questo senso si può affermare che l’EZLN lotti per imporre una democrazia avanzata, con un programma che privilegia l’autodeterminazione e l’uguaglianza della donna in un paese machista; il riscatto di tutti gli oppressi, contadini, indios e ceti urbani; per una giustizia non corrotta; per elezioni veramente libere; per la fine degli abusi di poliziotti e soldati e delle sperequazioni di salario tra lavoratori delle ditte multinazionali e straniere e quelli dei paesi d’origine; per il problema dell’istruzione.

Rivista indipendente

Cosa ne è stato del movimento zapatista in tutti questi anni? E’ risalito in superficie riconquistando i pueblos indigenas del Chiapas meridionale non più con le armi ma a colpi di buon governo. In questi anni si sono rafforzati ed hanno migliorato significativamente le condizioni di vita.

A differenza di quello che succede nelle comunità indigene di obbedienza governativa in quelle zapatiste “le donne non sono vendute come merce” rivendica Marcos, e gli stessi indigeni filogovernativi vanno negli ospedali, nelle cliniche, ricorrono ai laboratori zapatisti perché in quelli del governo non ci sono medicine, ne strumentazione e neppure dottori e personale qualificato.

C’è da dire che le lotte, quelle a base di marce sulla gigantesca Città del Messico, sono servite eccome. Mentre le comunità ossequienti al governo “ricevono elemosine e le scialacquano in alcol e articoli inutili” quelle zapatiste hanno ottenuto riconoscimenti legislativi in ordine all’autogoverno impensati in altri paesi dell’America Latina a maggioranza india, e piani economici e risorse che hanno permesso la nascita di cooperative di bestiame, artigianali, caffeicole, in un mix di proprietà privata e parcelle comunitarie tutto da studiare. Autonomia è altra parola chiave del nuovo vocabolario zapatista, che significa autogestione, controllo comunitario, responsabilità personale. “Un altro modo di fare politica”, si legge su un quaderno che espone i principi del buon governo del movimento. Un concentrato esemplare di tutto questo è la Escuelita zapatista del villaggio di Morelia, ad un centinaio di chilometri da San Cristobal de las Casas, il capoluogo del Chiapas che porta il nome dell’apostolo degli Indios. Per frequentarla – si legge all’entrata – ci vogliono tre requisiti: “indisponibilità a parlare e giudicare, disponibilità ad ascoltare e vedere, e un cuore al posto giusto”. Testi, insegnanti, orari, attività, tutto elaborato e deciso dal basso, come l’uso di quel che c’è attorno: un ospedale in costruzione, una clinica, un anfiteatro, negozi, mense, una bottega di calzature e altre piccole attività commerciali.

Periodicamente la Escuelita zapatista si apre- altra assonanza evangelica del “venite e vedete”- ai simpatizzanti di diversa nazionalità. Le domande affluiscono copiose; europei, statunitensi, asiatici e africani fanno la fila per trascorrere un paio di settimane nella scuola. Mentre partecipano alle “lezioni”, gli studenti vivranno presso una famiglia della comunità, faranno legna da ardere, puliranno le piantagioni comunitarie di caffè, lavoreranno nei campi di grano, accudiranno il bestiame, cucineranno con le loro mani e mangeranno con le famiglie ospitanti. E avranno momenti di meditazione. Meditazione e lavoro.

Con la Escuelita zapatista il movimento si propone la diffusione dell’organizzazione zapatista nel mondo. I movimenti degli indignati in Europa, ma anche quelli più recenti brasiliani hanno molto da imparare.

Veniteci a trovare
il 3 giugno 2014

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