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SCRIPT, personale di Betty Bee

Essearte Via Nilo 34, Napoli, Italia
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SCRIPT
Personale di Betty Bee, a cura di Ciro Delfino.
Coordinamento scientifico: Maria Savarese

Vernissage: mercoledì 11 giugno, ore 19

Nell’ambito della rassegna Tanto di personale, la galleria ESSEARTE del collettivo SCU8 presenta la mostra SCRIPT, personale di Betty Bee, a cura di Ciro Delfino.

Dotata di una straordinaria delicatezza e forza espressiva, capace di riflettere sulla decadenza della rappresentazione delle arti visive utilizzando diversi mezzi espressivi, dalla fotografia alla performance, dal video alla pittura, Betty Bee, artista di fama internazionale, espone le sue opere nel cuore del centro storico di Napoli, proprio a pochi passi da dove è nata.
SCRIPT è un piccolo viaggio nell’affermazione forte della sua identità, singolare e stimolante, attraverso l’esibizione di una intimità totale, non mediata da immagini di gusto provocatorio, ma da pensieri nudi scritti direttamente sulle pareti, memoria forte e indelebile del sé.
Accanto a questa installazione 8 tele, a rappresentare l’innocenza mai scalfita dell’artista, tenuta stretta dentro di sé, sopravvissuta grazie alle reti che, nelle sue opere, “limitano e proteggono” dal mondo esterno. E, per la prima volta presentata come vera e propria scultura, la sua Sirena, sintesi e compendio della fantasia creativa di Betty, icona ripetuta costantemente nel suo lavoro in forme, colori e dimensioni sempre diverse.

La mostra sarà accompagnata, come di consueto, dall’opuscolo-catalogo edito da arte’m che include il testo critico di Ciro Delfino e un’acuta intervista all’artista di Maria Savarese.

La mostra sarà ospitata nei locali della galleria fino al 5 luglio.

BETTY BEE
Nata a Napoli nel 1962, dove vive e lavora, ha esposto dal 1993, ininterrottamente, in Italia e all’estero, riscuotendo sempre assoluto interesse e successo. Tra le altre: Palazzo Reale di Caserta, 1995; Palazzo delle Esposizioni, Roma, 1996; Centre for Contemporary Art, Amsterdam, 1996; Castel Sant’Elmo, Napoli, 1999; Rupertinum Museum, Salisburgo, 2000; Biennale Valencia 2001; Certosa di Padula 2003; Maschio Angioino (Napoli), Nada Art Fair Miami, 2004; Pan Palazzo delle Arti Napoli, 2005; Chelsea Art Museum, New York, 2006; Maxxi di Roma, Palazzina Reale di Firenze, Festival di Ravello, 2007; Dorsky Gallery, (New York), Istituto Italiano di Cultura, (New York), 2008; Religare Arts, Nuova Delhi, 2009; Complesso del Vittoriano (Roma), Cam Casoria per la 54° Biennale di Venezia, Palazzo Zenobio (Venezia), 2011; Museo del ‘900, Milano, 2013.

Script
L’estetica primitiva, a tratti naif e infantile, ma realizzata con tecniche del tutto particolari, personalissime, messe a punto in estenuanti prove, sulle più varie superfici, per ottenere poi su tela spessori, luminescenze e fluorescenze, crepe e rilievi al limite del kitsch, riflette un disegno che, per quanto assolutamente spontaneo, non è mai casuale, è la realizzazione di un determinatissimo ordine, inseguito e raggiunto da Betty Bee per dar vita all’immagine del bello che vive dentro di sé. Un universo altro governato da leggi infrangibili di forme e colore
Una vera esigenza, la sua, quella di creare, dipingere, dando sfogo, attraverso l’arte, a fiumi in piena che altrimenti la travolgerebbero, come la vita ha tentato di fare davvero quando, giovanissima, quasi soccombendo a situazioni di stress, disagi familiari e sociali, è riuscita invece a metabolizzare tutto, sublimando il dolore e le ingiustizie subite attraverso l’arte.
Un percorso faticoso ma vincente, che le ha permesso di creare opere tra pittura, fotografia, scultura, video e performance di rara lucidità e potenza espressiva. Trasformare la sua sensibilità in espressione artistica ha coinciso poi, invero, con la trasformazione di se stessa in vero prodotto artistico, rinascendo e affermandosi, di volta in volta sempre più forte, in un coerente percorso narrativo attraverso anche quegli ibridi di genere e tipologia che ha saputo rappresentare con le sue stesse opere.
Opere attraverso cui Betty in realtà denuncia, accusa, mostrandosi quale prodotto volutamente estremo, frutto delle esperienze vissute tragicamente sulla sua pelle. Dissacratoria, erotica e sensuale, perfettamente aderente ad un’estetica contemporanea che dall’inizio degli anni ‘90 la vede addirittura prodroma a personaggi come Sarah Lucas e Tracey Emin, di cui anticipa, in molti casi, temi e canoni. La sua ricerca o, meglio, il suo continuo attingere da se stessa, la porta a realizzare opere dai temi forti e profondi, manifesti emblematici della reazione al disagio quotidiano provato per le regole di un mondo in cui la sua innata sensibilità non si rispecchia. Un diario di emozioni che lei scrive, annota, fotografa, dove le immagini scattate per lei anche da famosi fotografi (Mario Testino tra gli altri) hanno lo stesso valore di una lettera di un giovane amante che la cerca o le dice addio, di un appunto di un suo stesso pensiero, di un biglietto di una delle figlie. Due, queste ultime, avute da uomini diversi, coerentemente in aderenza, ancora, con la sua idea di rappresentarsi sempre attraverso il nuovo e diverso, di indagare tutte le possibili declinazioni di se stessa nella realtà.
Un percorso di identità che si infrange, si moltiplica e si ricompone attraverso mille dettagli e immagini, in cui si rispecchia e in cui si ricerca per affermazione con la raccolta di fogli, lettere, diari, oggetti che testimoniano il suo essere e divenire nell’interazione con gli altri. E’ questo il tema dell’installazione presente nella mostra. Quattro tele, storiche, realizzate nel 1998 (facenti parte di una fortunata mostra presentata alla galleria Raucci/Santamaria di Napoli ) che riproducono, in acrilico e glitter, una lettera a lei scritta e, accanto a questa, direttamente sulla parete bianca questa volta, la sua scrittura che si libera da quelle tele e invade la stanza, come forza vitale, ancora e sempre rappresentazione del sé attraverso l’interazione con gli altri, per ciò che questi hanno provato, sentito, di come il mondo, anche minuto, quotidiano ma importante e insostituibile nei pensieri di ognuno di loro, è cambiato per il suo semplice esistere. Una affermazione fortissima invero, che lei usa sapientemente come rappresentazione del sé più intimo.
Accanto, nella sala centrale, in sei tele triangolari e due rettangolari riaffiora, invece, la parte più delicata dell’immaginario di Betty, una realtà che, accanto a quella di cui sopra, ha sempre, nonostante tutto, voluto e saputo rappresentare nel tempo, parte di quell’innocenza che ha tenuto ben stretta dentro di sé.
Un’innocenza da preservare, da difendere attraverso il suo noto concetto di “limite e protezione” espresso di volta in volta da reti, fili spinati e catene. Cifra stilistica divenuta un segno identificativo della sua intera pittura.
Questa volta la rete, a nido d’ape, è presente ma meno invasiva, non copre la superficie tutta della tela, quasi a citazione è posta di lato, lambisce i fiori e i rami ma non li racchiude, segno simbolico ma anche chiaro segnale d’ottimismo, un ottimismo, però, misurato, che vede i soggetti non centrali, che si affacciano da un lato della tela ma che pur protendono i fiori verso il centro della stessa. Tele in cui la perfetta geometria triangolare volutamente, non a caso, gioca con le morbide forme di fiori e con gli esagoni delle reti stesse.
Nell’ultima sala è posta, invece, la scultura “Sirena”, sintesi e compendio della fantasia creativa di Betty, icona ripetuta costantemente nel suo lavoro in forme, colori e dimensioni diverse, (proposta nel 2007, tra l’altro, anche come magnifico gioiello) ed ora qui presentata per la prima volta come vera e propria scultura.
Nera, come lo scoglio nero di lava su cui si affaccia per guardare la prima volta Betty negli occhi, che da bambina incredula la saprà rappresentare in semplici forme di plastilina e con la quale continuerà a giocare anche da ragazza, da quella bad girl cresciuta, che non crede più alle favole e che, anzi, racconta le sue come parabole di un mondo moderno in cui è sopravvissuta proprio grazie all’arte (come sapientemente raccontato nel pluripremiato documentario realizzato su di lei da Didi Gnocchi nel ’98, dal titolo emblematico “Ciao bucchì – Sopravvivere d’arte”). Da allora, vitale ed esplosiva, l’arte ha rappresentato non solo il suo personalissimo modo di rinascere ma anche il potente farmaco, anzi “psicofarmaco”, come lei stessa sottolinea, che le permette di guarire da tutti i mali del mondo.

Ciro Delfino

Veniteci a trovare
il 11 giugno 2014

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