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QUANDO SOFFIA IL LIBECCIO

Parco Regionale dell'Appia Antica Via Appia Antica, 42, Roma, Italia
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QUANDO SOFFIA IL LIBECCIO
La storia del brigante Domenico Tiburzi intrecciata a miti e leggende della terra chiamata Maremma

Spettacolo di storytelling (narrazione) di e con Davide Bardi

Silenzio, solitudine, distese di grano, viti, ulivi. Il vento libeccio che come un respiro, si fa avvertire ora più piano, ora più forte. Lo sguardo e la mente che si perdono ad osservare. La Maremma, la terra dove il tempo ha fatto sosta e si riposa come sdraiato su di un campo di grano sotto un cielo azzurro.
“Quando soffia il libeccio” è una intensa e avvincente performance di miti, leggende e storie della terra chiamata Maremma, una parte della Toscana al centro dello “stivale” affacciata sul mar Tirreno, culla della civiltà etrusca, di malaria nelle zone paludose e di siccità in quelle aride, casa di contadini e di briganti, di butteri e dei loro cavalli. E poi il libeccio, il vento africano, quel vento caldo che quando soffia non promette mai niente di buono.
Uno spettacolo che, come un soffio di vento, attraversa le vicende di una terra dura, aspra, infernale ma al tempo stesso bella, profonda e viva, seguendo strani personaggi e percorrendo ogni pietra, ogni albero, ogni animale… ogni uomo che la abita con gli occhi incerti tra sorriso e pianto.
Al centro dello spettacolo la vicenda del brigante Domenico Tiburzi, il Re della Maremma, l’uomo che per i 25 anni della sua latitanza ha avuto il libeccio come coperta e le stelle come soffitto. All’interno del racconto troveranno spazio le vele delle navi saracene, i pirati del crudele corsaro Ariodeno Barbarossa, il fascino e la grinta della giovane Margherita Marsili e poi ancora i nitriti dei cavalli dei butteri, i cowboy della Maremma e le bellezze delle fanciulle etrusche.
La presenza della musica è molto forte: le ballate tradizionali e folkloristiche eseguite sono lo specchio più immediato e sincero di un pathos caldo come il sole che in agosto brucia i campi di grano, caldo come il sole dell’estate maremmana.
“Quando soffia il libeccio”: un intreccio di storie e musiche antiche e contemporanee, nel tentativo di dar voce alla Maremma e a chi non ha mai smesso di maledirla e di amarla.

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SINOSSI
Oggi la Maremma è un luogo magico, meraviglioso, dove il tempo sembra che si sia fermato e sia ancora là, sdraiato su un campo di grano sotto un cielo azzurro; ma nel 1800 era più famosa per l'analfabetismo, la povertà e la malaria. Nella Maremma di quel tempo nacque Domenico Tiburzi, sabato 28 maggio 1836 in un paesino chiamato Cèllere. Suo padre Nicola non parlava molto ma le poche parole che diceva erano profonde e lui le avvertiva come semi nello stomaco che crescevano, germogliavano e lo rendevano di volta in volta sempre più forte. Con gli anni Domenico imparò a coltivare una passione per la sua terra e un attaccamento al territorio forte, come se la Maremma fosse parte del suo corpo, come se fosse un altro cuore.
Ma le vicende della vita e i fatti che scossero lo “stivale” dopo l’Unità d’Italia nel 1861 con i relativi cambianti che seguirono, lo condussero sulla strada per il carcere, dove la vita non fu mai così difficile.
Un giorno un detenuto gli disse che presto sarebbero tutti ritornati ad essere uomini liberi ... e nella piccola cella gli parla dell'indulgenza del Papa, gli racconta della breccia di porta Pia, dei bersaglieri, del tricolore che sventola sulla città di Roma. Quella sera stessa, dopo le parole dell'amico, Domenico si sente sollevato, sereno e inaspettatamente gli vengono in mente delle cose bellissime: la sua mamma, le sue carezze, il suo bel volto, la ninna nanna prima di dormire, la storia che gli raccontava per farlo sognare.
Domenico si addormenta e sogna. Sogna cavalli, butteri, le bellezze delle fanciulle etrusche... sogna la libertà. Ma la vita al risveglio tornerà dura e amara e in breve tempo gli mostrerà l'unica strada possibile da percorrere per riscattare la sua misera condizione e quella di tutti gli uomini del suo tempo: il brigantaggio. Domenico diventerà presto una leggenda, nel bene e nel male… ma dovrà aspettare ancora molti anni prima che la terra Maremma ricambi il suo amore e lo accolga a se a braccia aperte, come le braccia di una mamma.
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NOTE DI REGIA
Un solo attore, degli strumenti musicali e una sedia.
Una scenografia minimalista, soltanto l'essenziale.
L'arte della narrazione orale improvvisata (storytelling) al servizio dello spettacolo.
Ho voluto creare uno spettacolo che fosse il più possibile un momento di condivisione, come avrebbero fatto i vecchi cantastorie perché credo profondamente che questo sia il modo più puro e diretto per trasportare il pubblico all'interno del meraviglioso mondo dell'immaginazione e per farlo viaggiare attraverso la mia terra e l'Italia dell'Ottocento volando tra miti, storie e leggende.

Dalle parole dell'attore prendono vita contadini, briganti, fanciulle etrusche, butteri, cavalli... le vele delle navi saracene, terribili corsari, pirati, tramonti indimenticabili e panorami mozzafiato.
Dai suoi gesti, come un incantesimo, la Maremma si apre agli occhi di quelli che lo guardano: diventano reali, quasi tangibili i profumi, i colori, il canto delle cicale nelle pinete, la voce degli uomini, il soffio del libeccio e quel cielo "così basso che quasi lo si potrebbe toccare".
Attraverso una narrazione dinamica, mai pesante, supportata dalle tecniche dello storytelling, il pubblico prova tutte le sensazioni e le emozioni dei personaggi narrati, le loro gioie e le sofferenze, l'ingiustizia e la loro voglia di libertà e di riscatto… i loro ricordi.
Al servizio dell'attore non solo la parola, ma anche strumenti come la chitarra, l'armonica, il tamburello e l'ocean drum per riportare alle orecchie del pubblico una musicalità che sia lo specchio più immediato e diretto di un pathos caldo e profondo come il sole maremmano che brucia in estate.
La canzone popolare “Maremma Amara” fa da cornice all’intero spettacolo e la musicalità dei “Canti del Maggio” ne fa l’allegoria.

Frutto di una lunga ricerca storica, Quando soffia il libeccio è uno spettacolo al tempo stesso realistico e metaforico, di tante facciate. Uno racconto che non è solo un elogio ad una terra straordinaria, alle sue leggende e alla figura di Domenico Tiburzi, ma anche una ricerca profonda e dettagliata degli elementi determinanti che portarono al fenomeno del brigantaggio: la miseria, l’ingiustizia, la mancanza di speranza. Uno spettacolo che ripercorre le fasi dell’Unità d'Italia e i cambiamenti a cui portò.

Il personaggio del brigante “Re della Maremma” è ancora oggi argomento di discussione; la sua uccisione, la fotografia che gli fecero da morto (l’unica fotografia di Tiburzi) e il modo con i quale brutalmente lo esposero al mondo (come si usava fare con i briganti più famosi) come un animale raro... per quel corpo sepolto metà dentro e metà fuori la terra consacrata del cimitero e il cui cervello fu addirittura sottoposto agli studi del Professor Lombroso che ne registrò il peso e la grandezza al di sopra della norma. Un brigante, certo, ma dotato di un'intelligenza fuori dal comune.
Ricordo ancora la prima volta che ho visto quell’immagine << era un brigante! Lo chiamavano il “Re della Maremma” >> mi disse mio padre vedendomi incuriosito osservare un manifesto che riportava la sua figura.
Il mondo di Tiburzi è sotto molti aspetti così vicino alla campagna maremmana nella quale sono cresciuto da renderlo per me una figura estremamente familiare. L’idea dello spettacolo nasce proprio dall’esigenza di raccontare la sua storia e la mia terra. Non sapevo né il come né il cosa, ma fin dall’inizio ero sicuro di questo: non mi sarebbe interessato raccontare il Tiburzi che tutti conoscono; ciò che mi attraeva era il lato sconosciuto del suo mondo, quello che non sapevo, quello che non è scritto nei libri di storia, quello che probabilmente si è perso col tempo e che nessuno sa più. Mi interessava più l’uomo del brigante; mi entusiasmava pensare alla sua infanzia, la gioventù, ciò che l’ha portato sulla strada del brigantaggio, le emozioni che ha provato, le sensazioni, i profumi che ha respirato, i colori che ha visto, le parole che ha ascoltato. Mi sono soffermato sulla figura del padre, Nicola e da quella bocca di contadino ho fatto uscire parole profonde e penetranti che nello spettacolo sono come il pilastro portante dell’intera struttura narrativa.
Lavorare su Domenico Tiburzi e sulle leggende della Maremma, mi ha rimesso in qualche modo in pari con il debito che tutti, nostro malgrado, riceviamo con la vita: la responsabilità di non dimenticare la propria terra e le proprie radici.

Il titolo dello spettacolo porta il nome di un vento misterioso, caldo, che soffia dal continente africano. Il libeccio spesso si è pensato che fosse pericoloso; molti in maremma dicono “bel vento i’ libeccio, ma unn’è di ‘asa!”. All’interno dei racconti ogni volta che soffia, è sempre preavviso di qualcosa di pericoloso.

Durante la lavorazione del racconto sono emersi sempre più temi attuali nonostante il periodo trattato risalga quasi a due secoli fa. Più andavo a fondo nella conoscenza e nella comprensione delle dinamiche sociali ottocentesche e più lo spettacolo acquisiva poco a poco toni “paradossalmente” contemporanei: una classe media inesistente, un divario enorme tra ricchi e poveri, una forte ingiustizia alimentata dai soprusi dei potenti e, non meno importante delle altre, un'ignoranza dilagante (che si manifesta anche oggi, se pur sotto forme diverse).
Tutte componenti che gli uomini contemporanei, purtroppo, conoscono bene. In questo lo spettacolo ricorda amaramente che la storia si ripete: la povertà e la miseria sempre più presenti, i sogni dei giovani costantemente stroncati e il senso di sopravvivenza che emerge sempre più in ognuno di noi, portando spesso, come ben sappiamo, ad epiloghi estremi.
Uno spettacolo che verrà proposto anche nelle carceri, che prende a riflessione la condizione di chi si è macchiato di un crimine, dei malviventi, dei così detti “fuorilegge”, nel tentativo di far riflettere la gente sul fatto che forse nessuno nasce delinquente o criminale ma che forse è la vita stessa che porta alcune persone sulla cattiva strada, come diceva De Andrè.

Quando soffia il libeccio è uno spettacolo che parla di nascita e di morte, di realtà e sogno, di libertà e di oppressione, di vita e di eternità. Uno spettacolo che racconta la terra. Uno spettacolo contadino.

Veniteci a trovare
il 28 giugno 2014

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