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Feliscatus

Via Rinarolo, 11/c, Tortona AL, Italia
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Il fatto è che non sono molto interessato a capire la genesi di un’opera d’arte.

E se qualche volta metto tempo e interesse per cercare di ricostruire le varie fasi che via via l’hanno portata a termine, c’è una ragione di fondo o un fugace motivo, può darsi anche, in qualche caso, un’esigenza piena, sempre legati, però, solamente al mio lavoro di pittore. Ma tuttavia piego l’interesse dei miei giorni, talvolta, in questa direzione senza uno scopo preciso, si può dire per gioco, per il piacere di farlo, per il gusto di coprire una qualsiasi superficie, pulita, prefigurata o indelebilmente stampata, e cambiarne l’aspetto. Sono un artista, soprattutto un pittore; non sono, e non ho mai voluto esserlo, né un critico né uno storico dell’arte. Perciò non ho vincoli filologici, strade tracciate sulle quali conviene proseguire, obblighi professionali a cui attenermi verso chicchessia, nei confronti di questo o quell’artista, universalmente acclamati e storicamente registrati come intoccabili, su un periodo o un altro; darei tonnellate e tonnellate di pittura su tavola di secoli e secoli, tutta uguale, senza brividi, lontana nel tempo e più ancora da qualsivoglia coinvolgimento emotivo, la cui visione nulla ha mai provocato, e tuttora provoca in me, se non indifferenza, la darei via, dicevo, senza pensarci su due volte, in cambio di un ritratto di Ingres.

Come anche non avrei esitazione ad alienare tutto il Rinascimento, escluse alcune opere, soprattutto ritratti, che forse metterei alla pari, con uno dei quadri di Bacon degli anni ’50 o ’70.

Di Picasso mi piacerebbe possedere Célestine e il Ritratto di Vollard.

Oggi, a sessant’anni, sono più che mai convinto che certa sistemazione cronologica conti poco o niente. Non capisco più un libro che si sfoglia – seguendo una storia, un filo apparentemente logico – una pagina dopo l’altra; lo vedo maggiormente comprensibile come una caduta di foglie che un freddo e perspicace vento d’inizio autunno si diverte a spostare, capovolgere, ammucchiare e disperdere continuamente, senza sosta. Non osservo più il tempo sezionato in ore, una dopo l’altra, in giorni, in settimane che di equinozio in solstizio precedono e seguono altre settimane. E tutte le opere d’arte, di qualsiasi natura, s’intende, quelle che mi interessano, le vedo come impastate con le mie mani in un unico blocco sferico di argilla-cervello, senza un prima e un dopo, possibilmente senza un di più o un di meno, che, anche nell’ambito di una strettissima selezione, potrebbero variare secondo i momenti.

Da questo corpo di terra e altro, affondando in esso le dita, prendo all’occorrenza quello che mi serve; salvo, dopo averlo utilizzato, allontanarne in fretta la fastidiosa presenza, in prospettiva legata ad una sicura assuefazione e quindi a un rifiuto.

Nella Tempesta di Giorgione la parte inferiore del dipinto non è necessaria ai fini dell’efficacia del quadro. Perciò anni fa la cancellai. Rimase un paese fatto di larve di case vuote, illuminato da un lampo-labbra, e lo spettacolo della natura col suo ciclico, imperturbabile cammino di morte e vita in un cranio, con un incisivo spezzato, che tutto conteneva. Aggiunsi solo le pupille degli occhi. Ma quelle, a ben guardare, nel quadro c’erano già: i cerchi sotto gli archi dell’edificio a sinistra, bastava spostarli. Uno pieno e decentrato, come il vuoto dell’albero-orbita sul lato sinistro della tela, l’altro mancante di un quarto perché la posizione del cranio non era perfettamente frontale.

Difficile è dire quali immagini, consce e inconsce, passino per la mente di un artista durante la realizzazione di un’opera. E certamente nel periodo in cui venne dipinta La tempesta non circolavano, sul futuro prossimo, rassicuranti previsioni astrologiche, politiche, ambientali e private dell’artista restio ad ignorarle.

Feliscatus

www.sicula.com info@11dreams.it

333 6033006 345 8906531

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dal 2 al 16 novembre 2014

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