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Riserva della Valle del Sosio

Calvaruso ME, Italia
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Uno tra gli angoli forse più interessanti, selvaggi e primordiali della Sicilia si trova nel territorio di Palazzo Adriano, nel cuore della Sicilia occidentale: la Valle del fiume Sosio. La riserva naturale orientata “Monti di Palazzo Adriano e Valle del Sosio”, quasi sei mila ettari (5.862 ha di cui 3.803 di Zona A e 2059 di Zona B) tra i comuni di Palermo e Agrigento, rappresenta uno dei gioielli dell’Isola, dove la biodiversità e il paesaggio sono tra i più affascinanti della regione, con un fiume, il Sosio, che scorre in un canyon circondato da foreste di lecci e roverelle, radure, gole e vallate ricoperte da una generosissima vegetazione. Questo corso d’acqua nasce nella cosiddetta Serra del Leone nei comuni di S. Stefano di Quisquina e Bivona e, col nome di Sosio, percorre questa splendida vallata dove si insediarono alcuni tra i primi abitanti della Sicilia, i Sicani. “Quella del Sosio è una delle più belle riserve che esistono in Sicilia – ha detto Antonino Colletti, direttore regionale dell'Azienda Foreste Demaniali – e una risorsa ambientale importantissima. E’ una delle zone più selvagge dell’Isola dove si può camminare per ore senza incontrare tracce dell’uomo. Il visitatore rimarrà incantato da paesaggi lunari che lasciano a bocca aperta“. Dopo un primo tratto, le acque del fiume penetrano all’interno della "Listi d'u firriatu" una profondissima gola lunga 8 km e profonda 300 m dominata, dall'alto di una rupe, dai ruderi del Castello Cristia, vicino Burgio. Istituita nel 1997, la riserva oggi può essere fruita pienamente dal pubblico grazie alle attività svolte dall’ente gestore che ha recuperato, dopo interventi di restauro, antichi caseggiati, rifugi di pastori, abbeveratoi, pagliai e mulattiere. Sono stati inoltre ripristinati i sentieri esistenti, circa 60 su tutto il territorio, delineati con muretti a secco e staccionate. Tra i sentieri quello di “Chiano insitato” che va da Palazzo Adriano a Burgio. I torrenti, inoltre, sono stati messi a regime. Recuperate anche, nel territorio, alcune antiche carbonaie, mucchi di legname accatastato di forma conica ricoperti con terra e foglie. Venivano utilizzate fino ai primi decenni del secolo scorso per bruciare lentamente la legna al loro interno e produrre quindi il carbone, principale fonte d’energia dell’epoca. La vasta area della riserva naturale Monti di Palazzo Adriano e Valle del Sosio è ricca dei fossili più antichi e preziosi della Sicilia (da 280 a 225 milioni di anni) dal grande interesse paleontologico, che rivestono i blocchi calcarei fossiliferi ricchi di macro e micro faune marine (soprattutto crostacei di profondità) risalenti al Permiano, ultima era del periodo Paleozoico. Si tratta di fossili di animali marini vissuti in un braccio nell’arcaico oceano Tetide, progenitore del Mediterraneo attuale, che si incuneava nel continente della Pangea, prima che venisse frammentato nei continenti attuali. In queste importanti rocce sedimentarie si trovano organismi microscopici dai gusci calcarei inconfondibili (foraminiferi), molluschi cefalopodi con conchiglia (ammoniti), spugne, briozoi, brachiopodi (molluschi bivalvi), trilobiti (forme paragonabili agli attuali crostacei) e ostracodi. Questi resti emergono da cinque blocchi calcarei scoperti nel secolo scorso dal geologo Giorgio Gemmellaro, vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Gli unici due rimasti integri, la Pietra di Salamone (il blocco più grosso di eccezionale importanza paleontologica per la ricchezza e lo stato di conservazione dei fossili marini che contiene. Sulla sua parete occidentale i bizantini scalpellarono alcune "stanze", per ricavarne vedette a controllo della vallata. Il nome è ebraico: Shelomo "pacifico", ma di origine albanese il casato, attestato in Sicilia almeno sin dal 1584), e la Rocca di San Benedetto, sono di dimensioni notevoli (sino a 200 m di lunghezza e circa 30 di altezza). Degli altri tre merita un cenno la Pietra dei Saraceni in cui è scolpita una scala che porta sino ad un pozzo circolare per la raccolta dell'acqua piovana. Alta una ventina di metri ha una forma di prisma irregolare. E’ accessibile grazie ad una serie di gradini incassati nella roccia, e sulla sua cima ci sono i resti di una guardiola, protetta da un basso muro di cinta in parte crollato. Nonostante il nome la pietra non è saracena. Il territorio, per la sua estensione e la variabilità orografica, si distingue per una grande presenza di specie botaniche. La flora, variegata di boscaglie, è costituita, in gran parte, da estesi boschi soprattutto di lecci, roverelle, pino domestico, pino d’Aleppo, cipressi e corbezzoli, carrubi, frassini e sorbi, ulivi e piante di frutto di diverso tipo sotto i quali è spesso presente un fitto sottobosco, tipico degli ambienti mediterranei, di lentisco, euforbia arborescente, rosa canina, erica, rovo e felce aquilina, conifere, biancospino, pungitopo e altre essenze. L’area boscata più significativa è quella del bosco di Sant’Adriano dove il leccio è la specie dominante. Andando in giro per la riserva nel periodo primaverile si notano bellissime orchidiacee tra cui l’ofride azzurra, l’orchis italiaca e l’ofride sphegodes. Tra i funghi la “funcia di ferla”, il prataiolo, il chiodino, la violetta, la “funcia di rusedda” (leccinum corsicum) e il fungo di pioppo. Nel territorio anche residui di querceti e macchia mediterranea (Quercus ilex, Quercus pubescens, localmente residui di Arbutus unedo e Quercus virgiliana), mentre lungo i valloni più freschi e riparati resistono gli ultimi nuclei di salice, pioppo nero e carpino nero. Numerose le specie animali che vivono nel territorio tra cui quasi tutti i rettili e gli anfibi presenti in Sicilia. Sono circa 60 i sentieri in tutto il territorio della riserva, recuperati dall’Azienda Foreste seguendo quelli esistenti, molti dei quali mulattiere. Alcuni consentono di arrivare fino alla sommità del Monte Lucerto che raggiunge i 1.200 metri. Nel cammino si incontrano i primitivi rifugi di pastori dove veniva trasformato il latte, i ricoveri degli animali cosiddetti “marcati” che si trovano nelle contrade Cardillo, Frattasa e Santa Margherita, costruiti in pietra a secco sovrastata da rovi e peri selvatici che impedivano agli animali, quasi sempre pecore o capre, di uscire e agli animali selvatici di entrare. Nel territorio della riserva si trovano: il Santuario di Rifesi, il castello di Cristia (a 10 km da Burgio si erge su una rocca isolata che conserva i resti dell’antica fortificazione.

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